— Sì, — soggiunse affrettatamente e audacemente l’Arpione, — perchè io tengo in mia mano quanto può offuscare l’onore di suo padre, l’onore del suo nome....

Il primo sentimento di Ernesto Respetti-Landeri alle parole di Matteo fu di stupore; credette aver male inteso: tese un poco il collo verso quell’uomo e con quell’accento di finezza aristocratica, beffarda ed elegante, che hanno coloro che appartengono a famiglie nobili e primeggianti da secoli, disse:

— Voi avete detto?... Non ho capito bene... Abbiate la compiacenza di ripetere.

Arpione, imperturbabile, risoluto, ripetè esattamente le parole che aveva pronunziate. Allora una viva collera si accese nell’animo di quel discendente d’una lunga sequela di nobili gentiluomini.

— Miserabile! — gridò: — tu osi parlare dell’onore del mio nome, dell’onore di mio padre, e dirmi che hai in mano di che offuscarlo?

La sua collera diede giù tutto a un tratto; guardò il vecchio usuraio con una specie di compassione derisoria, come si fa ad un folle che commette qualche stranezza o ad un sciocco che inciampa in una grossa balordaggine, poi ruppe in una risata di scherno e di disprezzo.

— Ah povero Arpione! — disse crollando il capo, — che infelice ispirazione avete avuta di venire da me a tentare qualche vostro scellerato ricatto con mezzi di codesto genere!... Perchè non dubito punto che si tratti di un ricatto di vostra foggia. Mi conoscete ben poco, e smentite tutta la vostra accortezza a conoscermi così poco, se avete pensato un solo momento che minaccie di tal fatta potessero fare il menomo effetto su di me, che so bene il mio onore, quello di mio padre, tanto sicuro, tanto in alto da non poterci arrivare a gettarvi pure uno spruzzo di fango la temeraria tristizie di nessuno, e tanto meno la vostra.

Matteo non si rifece umile come il Respetti credeva che avvenisse, rimase fermo a capo levato e insistette con parola risoluta.

— Eppure creda, signor marchese...

Questi lo interruppe con impazienza in cui tornava a fremere fa collera.