— Olà! — gridò, — posso non perdonare, ma dar passata con disprezzo a simili infamie uscenti dalla vostra bocca che suonino una volta; ma, seguitando a disprezzarle, pur le punirò severamente se hanno lo scellerato coraggio d’insistere.

L’usuraio osò alzare anch’egli il tono della voce.

— E s’io, — disse sfacciato, — le mie parole vengo a provarle con documenti?

— Documenti! — ripetè il marchese, vieppiù irritato da quell’impudente insistenza. — Che documenti?

— Una dichiarazione dell’illustrissimo signor marchese, suo padre, proprio di lui medesimo.

Rispetti venne rosso fino a’ capelli.

— Uno scritto di mio padre, che compromette il suo onore, nelle vostre mani?... Voi mentite!

Queste ultime parole furono dette con tale scoppio di indignazione, con tale energia di sentimento, che l’Arpione indietrò di due passi, quasi impaurito.

— No signore, — rispose pur tuttavia, — e quel documento l’ho qui meco da poterglielo mostrare.

Il marchese ebbe un sussulto di tutta la persona, parve volersi gettare addosso a quell’uomo dalle cui labbra uscivano parole che gli erano come colpi di flagello sul viso: si contenne a forza, strinse le braccia al petto per frenare il pulsar del sangue concitato del cuore, per acchetare un poco il tumulto nel petto, e guardando il suo interlocutore con occhi di bragia, disse pacato, a voce sorda e labbra frementi: