— Ebbene, mostratemelo.
Matteo lo guardò un poco sospettoso e pauroso, poi s’allontanò ancora d’un passo, fece un atto di consentimento senza parlare, depose per terra il cappello unto e frusto che aveva sin’allora tenuto in mano, e, covando sempre con occhio diffidente il marchese, come se temesse ch’egli da un momento all’altro avesse da slanciarsi su di lui a fargli violenza, prese in tasca il portafogli e da questo trasse fuori un mezzo foglio di carta ingiallito dal tempo.
— Ecco qui: — disse.
Il Respetti sciolse le braccia, tese avidamente le mani e d’un balzo fu presso all’usuraio per afferrar quella carta; ma l’altro, in sulle guardie, la ritrasse e la riparò dietro il suo corpo.
— Un momento! — esclamò. — Ella deve capire che questo è per me un tesoro preziosissimo, e ch’io non posso privarmene se non dopo avere ottenuto tutto quel compenso che desidero, che pretendo.
— Lasciatemi vedere; — proruppe il marchese, bollente d’impazienza.
— Comincierò per mostrarle la firma. Ella non potrà a meno di riconoscerla per genuina ed autentica del fu signor marchese, e così non avrà più dubbio nessuno sulla importanza e veridicità del documento.
Piegò la carta in modo che si vedesse dello scritto niente più della segnatura, e tenendo il foglio bene stretto in mano, lo pose così sotto gli occhi del marchese.
La firma scritta con mano incerta, in modo stentato, diceva pur tuttavia chiaramente: M.ese Leonzio Respetti-Landeri.
— La riconosce? — domandò Matteo.