— Sì, pare la scrittura di mio padre, — rispose lentamente il marchese osservando bene, non già inquieto, che in lui non poteva sorgere pure un dubbio sull’incontaminatezza dell’onore paterno, ma dispiacente di vedere un foglio colla firma del padre in mano di quell’individuo spregievole e disprezzato.
— È... è davvero: — disse l’usuraio con una specie di trionfo. — Qualunque perito la riconoscerebbe, la proclamerebbe per vera; e poi ci sono, in questa carta medesima, come vedrà, altre ragioni che lo provano. La mano che ha tracciato questi caratteri era mal ferma e stentata nel muoversi, ma ella sa che negli ultimi tempi della sua vita, il marchese Leonzio, ridotto quasi completamente paralitico, non poteva scrivere altro più che la sua firma e ancora con difficoltà, e questa carta egli l’ha sottoscritta, come lo dimostra la data che vedrà, l’ultimo giorno in cui visse; anzi io so, essendo allora appunto presso di lui, che ebbe appena tempo di finire di scriverla, quando fu assalito da quell’accesso che gli fu mortale.
Le parole del vecchio, senza scuotere menomamente la fede nel marchese, lo turbarono assai, ricordandogli la morte paterna a cui egli lontano non aveva potuto assistere, ricordandogli che appunto negli ultimi mesi della grave infermità, quando il padre avrebbe avuto maggiormente bisogno delle cure figliali, egli se ne stava fin laggiù a Pietroburgo, lieto, tranquillo, a godersela, e quelle cure amorose che erano sacro dovere di lui figliuolo, erano date all’infermo dall’amico e cugino il conte-presidente, pietosissimo, amorevolissimo fino all’ultimo di lui respiro.
Si passò una mano sulla fronte e sugli occhi, poi sommesso, ma con una certa imponenza di comando:
— Insomma volete lasciarmelo leggere quello scritto?
— Lo leggeremo insieme, se non le dispiace: — rispose Matteo, tornando a un tratto umile come il suo solito.
Spiegò il foglio, e tenendolo bene colle due mani, per rendere impossibile che uno strappo glie lo levasse, lo pose innanzi agli occhi del marchese.
Questi, appena vi ebbe gettato uno sguardo, esclamò:
— Ma quella è la scrittura del conte-presidente!
— Sì signor marchese: — soggiunse tutto dolcereccio l’usuraio. — E questa è appunto una delle ragioni che io diceva or ora provare sempre più l’autenticità della firma, perchè l’illustrissimo signor conte Sangré di Valneve non avrebbe scritto quanto qui si legge, se non per espressa volontà del marchese, e se non approvato dalla segnatura del medesimo.