— Ma vediamo... vediamo che cos’è — disse impaziente il Respetti: e Matteo si mise a leggere piano, ma con voce chiara, mentre lo sguardo del marchese veniva seguendo la lettura sullo scritto, parola per parola.

XXIV.

Quella carta diceva così:

«Ernesto, figliol mio, tu riparerai la colpa di tuo padre; morirò più tranquillo, pensando che tu te ne farai un sacro obbligo....»

— La colpa di mio padre! — interruppe a questo punto il marchese tutto sconvolto. — Ma che colpa, gran Dio?

E Matteo freddo freddo, con un’umiltà e sommessione che avevano ancora più insolenza del piglio audace di poc’anzi:

— Ecco: la prova scritta qui subito.

E continuò a leggere:

«Tu non solo, appena ne sarai in grado, restituirai a Giulio le cinquanta mila lire affidatemi da suo padre, mia farai a quel fanciullo da fratello maggiore, da padre, ti adoprerai in ogni modo perchè la sua vita sia felice. Ciò ottenendo, forse l’animo di Armando mi perdonerà del tutto il mio fallo.»

Un tumulto doloroso, terribile invase la mente del marchese. Capiva e non voleva capire; gli pareva di sognare e sentiva che pur troppo era una realtà che l’opprimeva. Non poteva credere, e il tono affermativo e quasi solenne di quelle parole e la mano di scritto del fu conte-presidente e la firma di suo padre non glie ne lasciavano dubbio. Si cacciò le mani nei capelli ed esclamò come parlando a sè stesso, con accento che rivelava la più fiera angoscia: