— Sissignore.... Per evitare tanto danno e tanta vergogna, il marchese, che possedeva una somma affidatagli dal cavaliere Armando Sangré, prima di partire, appunto la somma che a lui occorreva per salvarsi, la prese....

Il figliuolo del marchese Leonzio saettò uno sguardo incisivo, acuto, sulla faccia di cartapecora dell’usuraio.

— Ma come sapete voi tutto questo, sor Matteo?

Il colpo era buono e ben tirato; il vecchio, quasi urtato in pieno petto, ne vacillò, confuso un momento, ma non tardò a riprendere il suo equilibrio e la sua sicurezza.

— Com’Ella sa, — rispose, — io era informato completamente degli affari e degl’interessi dell’illustrissimo signor marchese, e sapevo fors’anco meglio di lui in quali acque si trovava...

— E sapevate pur anco che nostro cugino, il cavaliere Armando, aveva affidato a lui quella somma?

— No signore, codesto non lo sapevo; ma l’ho indovinato benissimo quando, avendo visto che il marchese aveva pagato senza che mi constasse aver egli preso a imprestito denaro da nessuno, finalmente mi cadde tra mano questa sua dichiarazione.

— Ah quella carta! — esclamò il Respetti, la cui mente cominciava a tornare in calma e a guardare con più freddezza le cose. — Anzi tutto, terminiamone la lettura, e poi ne discorreremo alcun poco.

Lo scritto si conchiudeva nel modo seguente:

«Tutto quanto precede, pregato da me, scrisse, sotto mia dettatura, l’affezionatissimo mio amico e congiunto il conte-presidente Ernesto Sangré di Valneve, e tu, figlio mio, la riterrai come scritto da me stesso, di mia propria mano.»