La moglie s’avanzò un po’ inquieta, guardando con occhio scrutatore in faccia un dopo l’altro i due uomini.

— Qualche contrarietà?.... Qualche dispiacere? — domandò.

— No, no, — s’affrettò a rispondere il marito, riuscendo questa volta a fare un sorriso affatto rassicurante. — Non è che un piccolo conto... vecchio, molto vecchio.... un arretrato dell’eredità di mio padre.... che devo aggiustare con costui.... Mi preme uscirne.... e dopo tanti anni, capirai che ci vuole un po’ più di tempo e di pazienza a venire a capo di definire a mutua soddisfazione la faccenda.

La marchesa gettò uno sguardo un po’ sospettoso, un po’ di cattivo umore sull’ignobile figura dell’usuraio, e disse con tono fra di rimprovero, fra di rincrescimento:

— Se non si può proprio rimandare a più tardi; se d’una cosa che è in pendenza da tanti anni, ora c’è proprio premura di venirne alla conclusione senza il menomo indugio, sia pure: aspetterò anch’io, ma guardate almeno di far presto.

Rivolse ancora uno sguardo a Matteo che s’inchinava fino a terra senza parlare, al marito che colla solita galanteria l’accompagnava fino fuor dell’uscio dicendole amorevoli parole, e si ritirò persuasa che l’oggetto di cui si trattava era più grave di quello che il marchese volesse farle credere.

Ma intanto questa venuta della moglie aveva suscitato nella mente di Ernesto Respetti un ricordo, che veniva a porgere nuovo elemento di congetture, per cui tentare di comprendere, di metter ordine, di veder lume in quel caos, in quel buio che gli avevan messo dinanzi la dolorosa rivelazione di quel fallo paterno e il modo con cui tal rivelazione gli era fatta. Era il ricordo di quelle cinquantamila lire che Albina s’era procurate da Sofia, e che poi egli aveva le prove aver essa mandate a Giulio. Evidentemente c’era una connessione fra questi due fatti. Albina aveva ella saputo di quel danno fatto al cugino e aveva voluto ripararlo? Ma come? Ma da chi? E perchè? Mille confusi pensieri s’affollavano in capo al marchese. Aveva davanti Matteo; bisognava ch’egli non lo lasciasse partire senza averne tratta tutta la verità. Gettò un’occhiata su quella figura sorniona che lo guardava di sottecchi e si disse che bisognava usare tutta la maggior prudenza e accortezza. Andò a sedersi tranquillamente sopra un seggiolone e fece segno all’usuraio che gli si avvicinasse.

— Voi, Matteo, — cominciò egli affatto pacato in vista, — siete dunque venuto qui da me, armato di quella carta, a propormi un contratto? È necessario, perch’io possa decidermi, che mi sveliate tutte e chiaramente le vostre intenzioni e le vostre pretese.

— Le ho già detto tutto quel che desidero: impedisca il fatal duello; aiuti a compirsi ed affretti il matrimonio del conte di Camporolle colla contessina Albina, e questo pezzo di carta, la cui esistenza è ignorata da tutti, io lo consegno nelle sue mani.

— Va benissimo: — disse il marchese, dominando sempre a meraviglia le molteplici, varie, complesse emozioni che agitavano il suo cuore, e mostrandosi solamente grave e pensoso come chi riflette sopra un importante partito da prendersi. — Ma voi ci dovete pure avere un interesse in tutto questo.