Da più mesi il marchese Leonzio era ridotto immobile sopra una poltrona, e lo si trasportava a braccia qua e colà, specialmente dalla sua camera da letto allo studiolo, dove il pover’uomo si rompeva la testa e si amareggiava l’animo: a cercar modo di mettere ordine a’ suoi affari. Io l’aiutava in codesta difficile impresa...
Il marchese fece una mossa quasi sdegnosa, quasi impaziente, che esprimeva la stima, poco lusinghiera per Matteo, ch’egli faceva di quell’aiuto; ma non disse una parola.
L’altro continuava:
— Quel giorno adunque, il 20 d’ottobre, l’illustrissimo signor marchese Leonzio mi mandò a chiamare e mi disse: «Matteo, ecco qui tutti i miei titoli di possesso, di rendita e di crediti e tutti i miei obblighi e debiti,» — e mi additava un vero monte di carte che aveva davanti sul piano della scrivania a cui era seduto. — Bisogna che da tutto questo voi cerchiate di tirar fuori una somma netta e liquida di cinquanta mila lire di attivo, da potersi aver subito in numerario... Bisogna, avete capito!» insistette con forza: «io è da tempo che mi ci provo e riprovo, ma ahimè non ci riesco». Mi sedetti accanto a lui, esaminai un per uno tutti i documenti, e con suo gran dispiacere ed anche mio, gli dovetti far vedere che il conteggio di tutte quelle partite, non solo non lasciava avanzo attivo di sorta, ma chiudevasi con una non lieve eccedenza di passività.... Del resto, Vossignoria che esaminò poi a sua volta tutte le carte della successione, lo sa meglio di me...
Ernesto Respetti, senza muoversi altrimenti, fece un cenno colla mano a significare che ciò era vero e che il parlatore continuasse.
E Matteo continuò.
— Non le so dire quanto codesto risultato affliggesse il signor marchese; stette un poco accasciato, senza parlare, e un tremito gli agitava il capo chinato dolorosamente sul petto....
— Povero padre mio! — esclamò il Respetti, quasi involontariamente, spinto dalla soverchia emozione; e la mano che gli sosteneva la fronte, discese sugli occhi a coprire e rasciugare le due lagrime che ne velavano le pupille.
Matteo fece una piccola pausa come per rispetto a quella commozione, e poi riprese:
— Verso le otto di sera sopraggiunse il conte-presidente Sangré di Valneve. «Tu m’hai mandato a chiamare, Leonzio,» disse al marchese «ed eccomi qua per tutto quel tempo che vorrai.» Io sorsi in piedi e presi congedo; ma il signor marchese mi ordinò di non partire, di fermarmi nella stanza vicina. «Avrò ancora bisogno di voi», soggiunse, «per aiutarmi, non fosse che col consiglio, a procurarmi quel che voi sapete.» Capii che voleva dire la somma di cui mi aveva mostrato aver tanto a cuore di poter disporre; m’inchinai, rispondendo che sarei sempre stato pronto a servire il signor marchese e che avrei aspettato fin che a lui fosse piaciuto i suoi ordini. I due cugini si chiusero nello studiòlo e stettero lungo tempo, certo più di due ore, quando a un tratto fu suonato con violenza e ripetutamente il campanello per chiamare la servitù e da quel gabinetto io stesso udii la voce del conte-presidente che chiamava disperatamente aiuto. Accorsero il domestico e il cuoco e io pure con essi. Trovammo il marchese il capo abbandonato, un braccio penzoloni, l’altro sul piano della scrivania, tenendo ancora fra le dita contratte una penna con cui vedevasi avere allor’allora scritta la propria firma sopra un foglio che gli stava dinanzi, color di cera nel volto, la bocca storta da una convulsione, privo affatto di sensi. Il povero conte Sangré per l’affanno, per lo sgomento, pareva aver perduta la testa. «Presto,» gridava tutto in lagrime, tutto tremante, «il marchese a un tratto è svenuto.... portiamolo sul suo letto..... correte pel medico.... c’è bene qualche cordiale.... qualche farmaco.... tentiamo di fargliene bere... fate scaldare dei panni.... dell’acqua da spruzzargli la fronte!» E si agitava a sciogliergli i vestiti, a sollevargli il capo che ricadeva, chiamandolo per nome, baciandolo sulla fronte....