— Buon cugino! — esclamò di nuovo il marchese mosso dall’affetto.
— Io dissi al conte, — continuava l’Arpione, — che il più pressante era davvero trasportare sul letto il marchese e correre pel medico: e così fu fatto. I due servitori presero, come solevano fare, la poltrona per trasportare l’infermo, e il conte-presidente li accompagnò, sorreggendo amorosamente il capo cascante dello svenuto. Io rimasi solo un momento in quello studiòlo, innanzi a quella scrivania coperta di carte, sopra le quali eravi il foglio che un solo colpo d’occhio mi aveva fatto vedere scritto di recente dal conte e firmato dal marchese. Una gran curiosità mi pungeva; senza rifletterci, senza proprio pensarci davvero, davvero, presi in mano quel foglio e lo scorsi cogli occhi....
— Ah! — fece il marchese con un gesto di disgusto.
— Mi scusi.... — ripigliò il vecchio umiliandosi, — vede che le dico proprio tutta la verità, che le apro la mia anima, i miei segreti come ad un confessore.... Io conosceva d’altronde tutti gli affari del marchese Leonzio.... fuor quello che dovevo apprendere da questa carta.... non mi pareva neppure indiscrezione la mia.... Del resto queste cose me le dissi dopo, a spiegarmi il fatto, a scusarlo innanzi a me stesso, perchè allora, in quel momento, le ripeto, fu un’azione irriflessiva, subitanea.... Quando gettatovi lo sguardo sopra, vidi le parole «a mio figlio Ernesto....»
Il marchese levò vivamente la testa.
— Come! — esclamò figgendo sul vecchio uno sguardo acuto, penetrante, con un guizzo di fiamma.
Matteo si morse le labbra.
— Voglio dire, — s’affrettò a soggiungere, — che m’accorsi essere diretto a Lei figliuolo del marchese Leonzio, capii che si trattava forse di qualche cosa di particolare che aveva da rimaner segreto....
— E vi affrettaste a impadronirvene: — interruppe il marchese amaramente ironico.
— No: — rispose con forza l’usuraio. — Vero com’è vero che siamo qui tutt’e due, il mio subito pensiero fu di riporre là sopra quella carta, senza neppur leggerla; ma a quel punto udii un passo che tornava indietro, l’uscio che si riapriva, la voce del conte-presidente che mi chiamava. Io era andato per vedere lo scritto fin presso ad una mensola dove ardeva una lampada, mentre quella che stava sulla scrivania era stata presa da un domestico: ero quindi troppo lontano per rimettere il foglio al posto che aveva; non volendo assolutamente che il conte Sangré scoprisse quel mio atto, non ebbi altro scampo che ripiegare in fretta la carta e cacciarmela in tasca. Poi mi volsi e vidi il conte-presidente che mi veniva incontro, ancora più affannato e sgomento di prima. Egli era troppo turbato per accorgersi di nulla, per pensar pure ad altra cosa qualunque che non fosse il malore del cugino che egli amava come un fratello. «Matteo,» mi disse, «correte voi stesso dal medico, e fate di condurcene subito subito uno, a qualunque costo.» Risposi di sì, e mi avviai senz’altro; il conte lasciò cadere lo sguardo su quel disordine di carte che c’era sul piano della scrivania, pensò che non bisognava lasciarlo così al pericolo di essere manomesso fors’anco dalla servitù; corse alla scrivania, senza toccare altrimenti quei fogli, senz’accorgersi, agitato com’era, della mancanza della carta scritta poco prima da lui stesso, abbassò in fretta il coperchio a mezzo cilindro che serrava tutto, ne richiuse la serratura colla chiave che stava nella toppa, ritirò la chiave, se la mise in tasca e corse di nuovo presso al letto dove frattanto era stato deposto il cugino. Io non tardai molto a ritornare col medico, il quale dichiarò che il marchese era morto per un più forte accesso di quel suo mal di cuore, da cui era da parecchi anni travagliato e da molti mesi ridotto a un’assoluta impotenza. Quando a casa mia lessi quella dichiarazione, compresi che l’emozione aveva dovuto in lui affrettare la disgraziata crisi.