Tacque; Ernesto Respetti era tornato a coprirsi colle mani il volto e gli occhi, e per un poco stette immobile e silenzioso; poi si scosse, alzò il capo e domandò con accento severo e pieno d’un intimo dolore:

— E perchè non restituiste mai quella carta? Perchè non ne parlaste mai nè al conte di Valneve nè a me?

— Non osavo palesare quell’azione, che ero certo il conte-presidente m’avrebbe acerbamente rimproverata.

— E come il conte non s’accorse della sparizione di quella carta, o accortosene, non pensò a rintracciarla?

— Il conte, che soffrì immensamente della morte del cugino, non pose più il piede nella casa del marchese Leonzio, e non aprì più quella scrivania che quando V. S. fu tornata, e, se non erro, andò con Lei a esaminare tutte le cose della successione.

— Ah sì, è vero! — esclamò il marchese, cui assalirono in folla i penosi ricordi.

S’alzò, si diede a percorrere lo stanzino a lenti passi, il capo curvo, le sopracciglia aggrottate.

Ora capiva certe cose, certe parole, certi atti che non era riuscito prima a spiegarsi completamente del conte Sangré. Si ricordava che, appena giunto, insieme colle più sincere e affettuose condoglianze, aveva ricevuto dal conte-presidente certi conforti o meglio ammonimenti che suonavano doversi essere generosi di pietà e di perdono verso il defunto, perchè non il malo animo, ma l’imprudenza e la sventura lo avevano indotto a cose ch’egli stesso deplorava col più acerbo pentimento: egli allora aveva attribuito queste parole soltanto alla sconsigliata leggerezza con cui il marchese Leonzio aveva dilapidato il patrimonio, e ora ne scopriva finalmente il vero significato. Si ricordava che quando s’era trattato di aprire quella scrivania, il conte-presidente gli aveva detto di volergli essere compagno per aiutarlo nello spoglio delle carte, per dargliene qualche spiegazione che credeva necessaria. Si ricordava come aprendo la scrivania avessero trovato tutte le carte alla rinfusa, e il conte avesse una gran sollecitudine a pigliarle tutte lui primo una per una, e poi passargliele. Raccolte ed esaminate tutte le carte, il Sangré aveva mostrato un certo stupore come di chi non trova quello che s’aspettava, aveva frugato e rifrugato per tutto, in ogni cassettino, e quando il marchese suo figlioccio gli aveva domandato: che cosa cercasse, se credesse che vi mancasse qualche cosa, aveva risposto di no, ma in modo così impacciato che al giovane aveva fatto impressione.

Di certo, ora pensava, egli non aveva il coraggio di esporre un fatto tanto grave a carico del cugino al figliuolo di costui, tanto più che si trattava di cosa che riguardava il proprio fratello e il proprio nipote; e taciuto allora, aveva creduto dover tacere sempre di poi. Ricordava poscia la morte del conte-presidente. Questi aveva voluto rimaner solo con lui, suo figlioccio, e pareva aver qualche importante segreto da comunicargli; ma si limitava a raccomandargli specialmente il nipote Giulio. Aveva certo in animo di rivelargli tutto; e poi, anche in quel supremo momento, la bontà del suo animo lo aveva trattenuto dal dare al cugino un sì doloroso colpo ed aveva preferito morire portando seco il segreto della colpa del marchese Leonzio. Sentì un nuovo intenerimento, uno slancio di gratitudine verso quell’anima sì squisitamente nobile.

Si fermò improvviso innanzi all’usuraio, e lo interrogò: