— Il conte Sangré non vi domandò mai nulla in proposito?
— Sì signore, — rispose Matteo, — una volta, appunto subito dopo l’arrivo di V. S.; ma come Ella può immaginare, non mi interrogò già esplicitamente: cominciò per chiedermi se quella sera fatale in cui il marchese Leonzio era morto, io mi trovassi davvero in casa di lui e fossi di coloro che accorsero alla sua chiamata quando il marchese cadde in quella sincope fatale; egli, sconvolto così profondamente in quel punto, non aveva più esatta memoria di niente. Io m’aspettava qualche cosa di simile; ben supponevo che il conte-presidente, non trovando più quella carta, qualche cosa avrebbe fatto per rintracciarla e facilmente si sarebbe rivolto a me, quindi m’ero preparato e contegno e risposte. Dissi di sì, che anzi il conte medesimo m’aveva allora mandato a chiamare il medico e io mi ci era subito affrettato. «Non avete osservato,» mi domandò allora il conte, «che qualche carta fosse caduta per terra o si trovasse su qualche mobile abbandonata?» Risposi francamente, semplicemente di non aver visto nulla. Il presidente non me ne parlò più; poco dopo, in grazia dell’opera di Lei, il conte Sangré mi tolse in gran parte quella fiducia che aveva prima in me, cessai di servirlo e non ebbi più che rare volte l’onore di vederlo.
— E come fu che non pensaste vendicarvi di me che avevo scoperto e rivelato al conte le vostre gesta facendo allora quello che venite a fare adesso?
— Finchè visse il conte-presidente non avrei fatto una cosa simile per tutto l’oro del mondo. Ci tenevo a conservarmi quel poco di stima che egli serbava ancora per me... Lui morto, non ci pensai più... E ne avrei taciuto sempre, se non fosse nato ora un caso che mi spinse a servirmene.
Il marchese aprì la bocca per parlare, ma poi tosto se ne astenne; tornò a camminare un poco su e giù, e quindi andò di nuovo a sedersi sul seggiolone.
— Venite qui, Arpione, avvicinatevi e discorriamo un poco di quel documento.
L’usuraio si accostò di mala voglia, sentendosi a crescere nell’animo quel disagio, quella paura che lo avvertivano aver egli posto il piede su terreno molto sdrucciolevole, e che bisognava camminare con molte cautele per non cadere.
XXVI.
— Quello scritto, — così cominciò Ernesto Respetti, — io l’ho qui tutto innanzi alla mente che non mi potrebbe essere di più se lo avessi in effetto sotto gli occhi. Esso comincia così: «Ernesto, figliuol mio, tu riparerai la colpa di tuo padre». Questa frase fa supporre che non cominciasse qui lo scritto, e siccome quello che avete voi non è che una metà del foglio, c’è da credere come cosa sicura, che nell’altra metà, in quella che manca, ci fosse più diffusamente e con maggiori spiegazioni narrata la cosa. Voi stesso poc’anzi vi siete lasciato sfuggire di aver letto in capo al foglio le parole: «A mio figlio Ernesto...»
Matteo interruppe: