— E quest’altri è la stessa contessina Albina.

Il vecchio s’era già ricomposto.

— Ella può credere tutto quel che vuole, — rispose freddamente, — ma io le affermo e le posso giurare che questo segreto riguardante l’illustrissimo fu signor marchese, suo signor padre, non è conosciuto che da me e ora da Lei.

— E se io interrogassi mia cugina?

Un nuovo balenìo di paura passò negli occhi dell’usuraio; ma fu ratto, proprio come un lampo.

— Faccia pure, — rispose tranquillamente; — ma non ne avrà altro effetto che di far conoscere a persona che ignora ciò che è meglio continui ad ignorare.

Il marchese fu sul punto di parlare del denaro inviato misteriosamente a Giulio; ma pensò tosto essere miglior prudenza il tacerne. Era un bandolo per cui poteva riuscire a dipanar la matassa, e Matteo, se messo in sull’avviso, poteva riuscire colle sue arti a farlo smarrire e a ingarbugliar peggio le fila. Appoggiò di nuovo il gomito al bracciuolo del seggiolone, la fronte alla mano, e stette raccolto in sè e pensieroso.

Matteo credette aver riguadagnato il terreno che aveva sentito perduto; gli disse sommesso, con voce lenta, quasi insinuante:

— Creda a me, signor marchese, è proprio meglio che ce la intendiamo fra noi, così alla buona. Lei che gode, e meritamente, di tanta autorità presso tutti i Sangré, può senza molto contrasto ottenere quello che le domando... di cui la prego, la supplico. La contessina è già dalla parte del conte di Camporolle; se ci si mette anche Vossignoria, la vittoria è certa, e il giorno in cui i due sposi partiranno pel viaggio di nozze io darò nelle stesse di lei mani questa carta, di cui nessuno fuori di noi due tra i vivi conoscerà mai, nè avrà mai conosciuta l’esistenza.

Respetti non si era mosso affatto mentre l’altro parlava; quando il discorsetto fu finito, egli alzò il capo e volse la faccia verso l’usuraio, con un’espressione, con uno sguardo di sì beffardo disprezzo che il vecchio sentì un freddo venirgli nelle ossa e si conobbe vinto.