— E così, — disse il marchese con accento eguale all’espressione dello sguardo e del volto, — voi per ammenda d’uno sventurato fallo di mio padre, venite a propormi di commettere io una vigliacca, colpevole, indegna azione: di tradire la fiducia de’ miei nobili parenti, di aiutare un miserabile ad ingannarli, di vendere la sorte, la felicità d’una adorabile fanciulla! Ma che cosa vi credete? Ma per chi mi pigliate? Non sapete che motto della nostra famiglia e mio si è: «Fa quel che devi, avvenga che può?» Io soffrirò, avrò qualche onta nel confessare la debolezza di mio padre; ma avrei onta maggiore, ma soffrirei di più nel macchiarmi dell’ignominia che mi proponete. Or dunque, fate pur voi tutto quel che vi pare di quella carta onde vi siete impadronito con una azione compagna delle tante vostre scellerate, io compirò ad ogni modo il mio dovere.
Matteo fu invaso da un gran tremore interno; una vera disperazione gli occupò l’animo; ma pure finse un contegno fermo e anzi fiero.
— È questa l’ultima sua parola, signor marchese?
— La è.
— Ci pensi bene... Deve sapere che io sono poi inesorabile.
Il marchese non rispose: Matteo camminò lentamente verso l’uscio.
— Se mi lascia uscire da questa stanza, — soggiunse, — avrà forse da pentirsene amaramente.
Metteva già la mano, malvoglioso, sulla maniglia della serratura: il marchese sorse in piedi, scattando, superbo, imponente, minaccioso e con voce terribile gli disse:
— Ebbene, no, non vi lascierò uscire senza prima dirvi, che mentre voi credete poter dominare la mia volontà perchè possedete un mio segreto, sono io che ho in pugno voi conoscendo tal cosa che dareste le vostre ricchezze perchè rimanesse celata, che può perdere il conte di Camporolle.
Matteo impallidì.