— Come? — balbettò. — Che vuol dire?
E il marchese sempre più terribile:
— Diceste di voler essere inesorabile?... Sarò tale anch’io: e pubblicherò che Alfredo non è solamente usurpatore d’un nome che non è il suo, non è solamente figliuolo di nessuno.... è peggio: è figliuolo d’un sordido usuraio, d’un vile ricattatore, d’una spia e d’un falsario... è vostro figliuolo!
Il colpo fu sì forte pel vecchio che, mandato un grido soffocato, egli barcollò e cadde mezzo svenuto sopra la sedia più vicina.
— Non è vero! Non è vero! — balbettò poi Matteo, facendosi forza per riaversi: — sono menzogne, sono invenzioni, sono calunnie.... Ci sono carte in regola.... ci sono documenti....
Il marchese lo interruppe a ripetergli quanto aveva udito dal Pancrazi.
Arpione si coprì colle mani la faccia. L’uomo insensibile, apatico, inaccessibile ad ogni commozione, era questa volta colpito nella sua parte più viva. L’opera della sua vita intiera, quella a cui aveva consacrato ogni sua forza, ogni sua intelligenza, ogni sacrifizio di sè, a un tratto era minacciata di distruzione; quando egli aveva creduto di giungere al più eccelso trionfo, a tale che non aveva neppure osato sognare, era appunto allora che ogni cosa stava per rovinare, senza possibile rimedio. Ogni sua audacia in quel momento fu persa; si sentì impotente a lottare, un inesprimibile accasciamento lo prese; oh come avrebbe voluto potere colla sua morte distrurre quelle prove inesorabili che gli si drizzavan contro! Si umiliò fino alla vigliaccheria, pregò, supplicò in ginocchio; giurò che Alfredo, lui, non sapeva nulla, era innocente di tutto; era un’anima nobile lui, era degno di ogni stima, d’ogni rispetto, d’ogni distinzione lui; perchè punirlo così crudelmente? Egli avrebbe trovato modo di farlo partire, di allontanarlo anche per sempre; ma per carità ignorasse il giovane, ignorasse sempre!... Il giovane, che pur era innocente, avrebbe sofferto troppo, si sarebbe ucciso.... A lui, vecchio, tristo, reo, imponesse qualunque espiazione, qualunque maggior pena, ma salvasse il giovane.... Confessò quel che aveva fatto per imporre la sua volontà ad Albina; diede al marchese la metà del foglio che ancora riteneva, sottoscritta dal padre di lui; partì avendone promessa che per fatto del Respetti nulla avrebbe trapelato di quanto egli aveva tanto desiderio e bisogno di tener nascosto.
Quando fu solo, il marchese Ernesto Respetti-Landeri si lasciò andare abbandonatamente sul seggiolone, vinto da un grandissimo dolore. Fino allora, in presenza dell’avversario, nella lotta, egli non aveva avuto neppur tempo a misurare, per così dire, la propria ferita: ma ora, da solo, in faccia alla brutta realtà che aveva appresa, fissando quella carta che teneva spiegata innanzi agli occhi con mano tremante, sentiva tutta la gravità e la profondità del colpo ricevuto. Suo padre aveva potuto commettere tal colpa! Non bastava adunque la nobiltà dell’ambiente in cui si è nati, si è stati educati, si è vissuti, per salvare da simili cadute? Suo padre, ch’egli aveva creduto leggero, imprevidente, di poco senno, ma aveva stimato generoso, leale, di rettitudine inappuntabile, di delicatezza veramente aristocratica, suo padre aveva potuto scendere a tale bassezza! Sentiva un amaro sconforto, una specie di esautorazione di tutto quello che aveva più rispettato fino allora, un doloroso scetticismo venirlo a far dubitare delle cose più sante e perfino di sè stesso. Un’ira intensa lo assalse; dubitò della giustizia e della provvidenza; pensò le più sacrileghe imprecazioni e bestemmie; poi a un tratto una nobile figura gli sorse dinanzi, e il severo e sereno di lei sorriso lo tranquillò, lo assennò, lo intenerì. Era la figura del conte-presidente, quale egli l’aveva vista in tutti gli avvenimenti più gravi della vita, quale eragli stata impressa in quell’ultimo colloquio avuto con lui, quale aveva baciato religiosamente in fronte, pacata e sorridente sul letto di morte.
Questa figura pareva essergli stata evocata dalla scrittura franca, un po’ grossa, chiara, a lettere staccate, che aveva dinanzi in quella carta fatale; e gli sembrava udire amorevoli parole venirgli da quelle labbra sempre atteggiate a serietà, eppure con espressione benigna.
— No, la nobiltà del sangue non basta a difenderci dal male, a vincere le tentazioni; non dobbiamo mettere l’orgoglio a ritenerci superiori alle fragilità dell’umana natura, sibbene a conservarci, colla forza del volere, colla onestà della coscienza, sempre al di sopra delle cedevolezze, che cominciano dall’errore e menano alla colpa. L’educazione deve afforzare la tradizione per uniformare la nostra vita alla vera nobiltà dell’anima, dei costumi e dell’intelletto. Siamo orgogliosi del bene, superbi di rettitudine, rispettiamo in tutti il valore dell’animo e dell’ingegno, riconosciamo in tutti quella che è la vera nobiltà del merito, e perdoniamo a chi cade.