Decisero di comune accordo che si confiderebbe tutto ai Sangré, anche per levare d’ogni pena la povera Albina, e che insieme coi cugini si sarebbe provveduto ad aggiustare nel miglior modo le faccende.
Respetti voleva recarsi subito quella stessa sera nel palazzo dei Valneve, ad averci quella difficile e dolorosa spiegazione; ma la marchesa, che lo vedeva già così abbattuto, così affranto per le troppo forti emozioni sostenute, ne lo dissuase amorevolmente, lo pregò a differire fino al domani, quand’egli avrebbe riavute le sue forze e avrebbe potuto affrontare la pena d’un simile colloquio senza troppo soffrirne. E nel difendere tal partito, l’amorosa donna seppe trovare un argomento che più d’ogni altro valse a persuadere il marito. Per fatti così importanti come quelli che stavano avvenendo, per una spiegazione così grave qual’era quella che doveva aver luogo, poteva dirsi una necessità che fosse presente il primogenito dei Sangré, il vero capo attuale della famiglia. La presenza di lui veniva richiesta eziandio dal minacciato duello fra Enrico e il Camporolle, ed egli, Ernesto di Valneve, avrebbe avuto ogni ragione di dolersi che a lui non si fossero tosto annunziate cose sì gravi e sì urgenti. Il Respetti telegrafò al Maggiore delle Guardie a Genova, e il conte Ernesto col primo treno del mattino successivo, inquieto e sollecito, volò a Torino, arrivando a quell’ora in cui quindici giorni prima era giunto per l’anniversario della morte del padre.
XXVII.
Per prima cosa Ernesto di Valneve apprese dal vecchio Tommaso la sfida corsa fra il conte Alfredo e il cavaliere Enrico; interrogato subito costui, n’ebbe tosto dalle risposte informazione compiuta del come era avvenuta la contesa fra di loro e di tutto quanto riguardava quel giovane, compresovi l’influsso esercitato da Matteo Arpione in modo così misterioso sull’animo d’Albina, da indurla a consentire a quel matrimonio ad ogni patto. Subito il Maggiore delle Guardie si occupò del duello di Enrico: fu da coloro che avevano accettato di essergli padrini, e seppe che di comune accordo fra loro e i rappresentanti dell’avversario s’era stabilito che lo scontro non dovesse aver luogo prima che si fosse appurata nettamente la condizione del sedicente Camporolle: perchè era opinione di tutti e quattro quei gentiluomini, che se vere fossero le accuse lanciate a quel giovane dal cavaliere Enrico Sangré di Valneve, questi non doveva, non poteva accettare come suo avversario in quella che si dice quistione d’onore un uomo simile; che se invece le si scoprissero false, allora il cavaliere, mostrando la buona fede in cui era ammettendole per fondate, ne esprimesse all’oltraggiato il suo rincrescimento e poi glie ne desse riparazione e soddisfazione col duello. Allora Ernesto, rassicurato a questo riguardo e promettendosi di entrarci anche lui nello svolgimento di tale quistione e nel determinarne le conseguenze, cercò di venire in chiaro del mistero che appariva aver legato la volontà della sorella Albina a quelle del Camporolle e dell’Arpione. Andò dalla giovane e con ogni arte, con ogni amorevolezza, con ogni lusinghevole supplicazione la interrogò; resistendo ella sempre, minacciò di andar egli stesso dall’Arpione e colla violenza, se occorreva, strappargli quel segreto che la sorella non aveva tanta fiducia in lui da confidargli, come era pure di lei dovere.
Albina si spaventò.
— No, no, per carità, — disse, — non tentarlo... Quell’uomo è tristissimo, è inesorabile; può farci del male... ce lo farà certo... Oh te ne prego in nome di nostra madre, a cui si darebbe un gran dolore!
— Un male da quell’uomo a noi! — esclamò Ernesto. — Un gran dolore a nostra madre!... Ma come? Ma quale?... Non capisci, Albina, ch’io ho appunto il diritto di saper tutto per combattere... per impedire?... T’ho pregata finora; ma adesso, coll’autorità del capo di famiglia, ti ordino di parlare, te l’ordino in nome di nostro padre, e devi far conto che sia egli stesso qui, ora, a comandartelo.
La povera fanciulla, agitatissima, turbata, smarrita, si coprì colle mani la faccia.
— Nostro padre! — ripetè con accento di angoscia infinita: — ma è appunto per lui... di lui...
S’interruppe sgomenta e pentita di aver detto troppo.