Ernesto insistè con ardore.

— Si tratta di nostro padre?...

— No, no: — gridò essa vieppiù conturbata.

— Sì, t’è sfuggita... È cosa che riguarda quella santa memoria: e tu taci?.... Taci con me!...

— Ma se non posso parlare!... Se ho giurato!

— E io ti sciolgo da ogni giuramento, ne ho il diritto... Un giuramento a quello scellerato d’Arpione, non può aver forza contro un sacro dovere che t’incombe, contro una reale autorità che ti comanda.

— O mio Dio! O mio Dio! — gemette la fanciulla disperata.

Ma era al termine delle sue forze di resistenza: tanti giorni di segreto affanno, di lotta con sè stessa, di violenza fatta ai suoi sentimenti, l’avevano ormai sfinita; Ernesto insistendo sempre più caldamente, ebbe alla fine ragione di quell’ultima resistenza e le strappò il segreto.

Fu dapprima in lui un violento scoppio di sdegno — non contro la sorella debole per ingenua e inesperta giovinezza, — ma contro Arpione e anche contro Alfredo che in quel subito impeto sospettò complice della scellerata trama; poi, sedato un poco il primo ribollire del sangue, esaminate più freddamente le cose, riconosciuta incontestabile in quella carta la mano di scritto del padre, Ernesto non dubitò già, neppure un momento, dell’innocenza paterna, ma si disse che il mistero cui proseguiva non era ancora penetrato e che conveniva assolutamente chiarirlo.

— Nostro padre, Albina, mai non fu colpevole di simil cosa, — disse, — non potè esserlo; non lo crederei nemmanco s’egli stesso mi comparisse innanzi ad affermarmelo. Qui c’è qualche inganno, c’è qualche artifiziata combinazione... e bisogna sventarla. Per ciò occorre mettere insieme gli ingegni e l’azione di tutta la famiglia, e nostra madre e nostro fratello devono esserne informati anche loro...