— Nostra madre! — proruppe Albina con un grido: — pensa il colpo crudele che sarà per essa...

— Nostra madre, — rispose Ernesto con un superbamente fiducioso sorriso, — non crederà, come non credo io...

— Oh nemmeno io non ho creduto — aggiunse vivamente la fanciulla; — ma la minaccia della pubblicità...

— Bisogna bene armarsi contro questa minaccia, e potere opporre alle accusatrici apparenze il vero che assolve.

Tutta la famiglia, dietro preghiera del conte Ernesto, venne raccolta nel salone, innanzi al gran ritratto del padre defunto.

Ernesto brevemente, sobriamente, con voce ferma, espose la cosa. Quella del padre pareva davvero una lettera diretta a lui; in essa egli s’accusava esplicitamente e recava particolari precisi del fatto; ma pure egli, il figliuolo primogenito, affermava ancora che non credeva a tal colpa, che era certo si sarebbe scoperto in qualche modo essere quella non altro che una brutta illusione. Non credettero neppure nè la contessa Adelaide nè il cavaliere Enrico, dalle cui labbra scoppiarono indignate proteste. La contessa rinforzò le sue negazioni con parecchie affermazioni di fatti; prima di tutto, ella era sempre stata nella piena confidenza d’ogni cosa famigliare, e sapeva che mai non era avvenuto il caso di cui parlava quello scritto. Il conte-presidente aveva sempre amministrato il suo patrimonio con prudenza, parsimonia e previdenza, tanto che, pur non mancando mai a nulla che fosse voluto dal decoro, aveva trovato maniera di accrescere le sostanze famigliari, per lasciare ai suoi figli maggiore agiatezza. Era poco probabile che il padre di Giulio, partendo per l’America, avesse lasciato al conte quella somma, perchè fra i due fratelli, pur troppo, da un po’ di tempo esisteva tale screzio che non si vedevano più, appunto per la condotta che teneva e pel modo pazzo con cui dilapidava le sue sostanze il cavaliere Armando, al quale il primogenito aveva fatto inutili, severe rampogne. Anzi la contessa si ricordava che il fratello più giovane era partito, non solamente senza consultare, ma senza neppur vedere il primogenito, la qual cosa, a costui, era riuscita di grave dolore.

Gl’imbarazzi finanziarii non avevano dunque mai potuto conturbare il conte-presidente, sibbene il fratello Armando, ed anche il cugino e amicissimo marchese Leonzio Respetti-Landeri, intorno al quale la contessa aveva udito più volte il marito esprimere a questo riguardo rimpianti e paure.

— Leonzio Respetti! — Appena questo nome fu pronunziato trasalirono tutti e si guardarono in volto un po’ commossi. Nessuno osò esprimere chiaro a parole quello che divenne pure di subito il pensiero di tutti, l’opinione comune. Quel nome era stata la luce che aveva illuminato quel buio. Ricordarono ciò che la contessa aveva visto coi propri occhi, che gli altri avevano udito le mille volte: il dissesto in cui aveva lasciato i suoi affari, la grande intimità che c’era fra lui ed Armando, la malattia che negli ultimi tempi lo aveva reso inabile anche a scrivere, e per cui tante volte gli era stato necessario servirsi della mano del presidente. Ricordarono che il figliuolo del marchese, tenuto a battesimo dal Sangré, portava il medesimo nome d’Ernesto. Sentivano che erano presso alla verità, che la toccavano; il marito e padre loro pareva raggiare su di essi dalla gran tela dipinta il suo sorriso mesto e severo, lo sguardo serio eppur benigno; ma nessuno osava parlare... Quando l’uscio si aprì e comparve sulla soglia Ernesto Respetti-Landeri medesimo.

Pallido, gli occhi affondati, quella notte trascorsa pareva averlo invecchiato e smagrito. Non salutò, non fu salutato; si avanzò lentamente, guardando in volto i congiunti, che chinarono gli sguardi con un imbarazzo cagionato da generosità d’animo. Egli comprese tutto.

— Cari miei, — disse con voce affiochita ma tranquilla, — voi possedete un grave documento che non è completo; vengo io a recarvi l’altra metà del foglio, in fondo al quale c’è la firma.