Quando questi ebbe finito, i due rimasero ancora lì mezzo minuto, come ad aspettare risposta; poi vedendolo immobile, muto, non avendo più nulla ad aggiungere, se ne partirono senza un saluto, senza più una parola, senza un cenno.

Il giovane si riscosse, si guardò intorno, si vide solo ed ebbe quasi paura; volle correre presso que’ due, volle chiamarli; aveva da difendersi, gli pareva d’aver mille cose da dir loro, mille argomenti lampanti da dimostrar loro la sua innocenza. Difendersi da simile accusa, lui! Non era una bassezza, una viltà questa stessa? Ma pure.... Sì, sì; non poteva lasciarli partire così quei due: rappresentavano tutta l’aristocrazia torinese che lo aveva accolto come uno de’ suoi, e che ora l’avrebbe respinto con disprezzo; aveva fatto male a lasciarsi vincere dall’ira; doveva rispondere con calma; doveva persuaderli; oh li avrebbe persuasi.... Corse all’uscio, l’aprì e si slanciò verso l’anticamera; udì in quella il rumore della porta dell’alloggio che si chiudeva alle spalle dei due partiti e vide il domestico che li aveva accompagnati tornare indietro col lume in mano.

— Già partiti? — domandò egli, quasi smarrito.

— Sì, signor conte: — rispose il domestico; e poi vedendolo così turbato soggiunse: — Vuole che li richiami?

— No, no.... Lasciate stare.

E si volse indietro per andare nella sua camera.

— Non comanda più nulla, signor conte?

— No.

— Riposi bene.

— Grazie!