Alfredo si slanciò nella sua camera e vi si chiuse dentro.
XXIX.
«Riposi bene,» aveva detto il domestico ad Alfredo: e come riposare colla febbre nel sangue, colla pazzia nel cervello, coll’inferno nell’anima? Fu una notte orribile, tremenda, uno spasimo senza tregua. Era dunque vero? Egli sentiva come una voce crudele nel cuore a dirgli di sì. Egli era nessuno, non aveva nome, non aveva famiglia; quello era falso, questa glie l’avevano supposta. E le sue ricchezze donde venivano? Da quale impura sorgente? Lui un trovatello, certo! Un bastardo!... E s’era imbrancato coi nobili e aveva guardato dall’alto al basso gli umili e i poveri! Ora capiva quei moti istintivi del suo animo, violenti, grossolani; se li esagerava; diceva che erano effetto del sangue ereditato.... chi sa da chi! Era un turbinìo, un tumulto, una lotta confusa d’idee, d’immagini, di ipotesi, di risoluzioni nel suo cervello concitato in cui batteva la febbre. Le memorie del suo passato, in una specie di rincorsa, si affollavano, si perseguivano, si accavallavano, si confondevano, quelle dell’infanzia con quelli dei giorni addietro, la figura voluttuosa e scellerata della cortigiana Zoe con quella purissima e nobile della vergine Albina.
A un punto, nel caos che gli mulinava in capo, vide delinearsi, venir fuori, occupare tutto il campo una scena. Si era in un palchetto di teatro: dall’apertura scorgevasi l’ambiente infocato della sala piena di fiammelle, piena di sguardi, di susurri, di moto; nella penombra della loggia parecchi uomini in montura militare e in abiti cittadineschi, tutti dal sembiante orgoglioso, beffardo, insolente; al parapetto, disegnandosi nettamente sul chiaro dello sfondo, la figura esile, lunga, antipatica del fu duca di Parma, Carlo III Borbone. Vide sè stesso là in mezzo, umile, fremente in segreto, avvilito, tener basso il capo sotto gl’insulti ducali, barcollare, piegarsi, toccare col ginocchio la terra, sotto la pressione d’una mano, fra un grugnito di scherno dei testimoni insolentemente superbi. Cacciò un grido, si strappò con una convulsione di furore i capelli. Era stato vile! Un vero nobile non avrebbe tollerato tanta ignominia: farsi ammazzare piuttosto. Era un’onta cui nulla aveva potuto cancellare, cui nulla cancellerebbe più: era quella che rendeva possibile, che rendeva credibile l’altra più scellerata accusa di aver rivelata la congiura!...
E quest’accusa correva per Torino, si susurrava negli eleganti salotti della società più elevata, era giunta certamente anche agli orecchi di lei, di Albina!...
Gli altri l’avevano creduta: e lei? Perchè non crederebbe? Le avevan detto di certo che in lui tutto era finto, ch’egli era un avventuriero temerario e spregevole.... Oh sì, prima avrebbe voluto esser morto. E che tremendo mistero era per lui la vita! Che significato aveva? Quali ragioni, quale scopo? Perchè a lui una sorte così strana e crudele? Egli non aveva colpa nessuna da espiare, e si riversavano sul suo capo tutti i più fieri dolori. Era il fallo di altri ch’egli doveva scontare? Di chi? E perchè? Dov’era la giustizia? Come veder chiaro nel suo destino? Come provare almanco al mondo che in lui non c’era l’infamia d’un delatore?
Ah Matteo Arpione! Lui solo poteva qualche cosa: a lui non doveva egli domandar ragione dell’esser suo, delle sue ricchezze, del suo nome, di tutto?
Un’alba grigia di giornata piovosa del mese di marzo cominciava a rendere più gialla la luce della lampada; alcuni rumori che salivano di strada annunziavano che la città cominciava a destarsi. Alfredo, colle guancie pallide e scarne, gli occhi infossati, un solco nella fronte incavato dalla dolorosissima insonnia, suonò pel suo cameriere, e appena questi si affacciò, gli disse:
— Correte a cercare di Matteo Arpione, e a qualunque costo conducetemelo qui subito.
Matteo aveva passata una notte uguale a quella d’Alfredo. S’era affaticato a cercar modo di riparare alla rovina di tutta l’opera sua; ma invano; in tutto l’arsenale delle sue arti, delle sue malizie, delle sue perfidie, non aveva trovato nulla che potesse giovare. Era disperato. L’unico scopo che gli pareva dover proseguire oramai e che forse non era ancora impossibile d’ottenersi, era quello di allontanare Alfredo, di farlo partire prima che a lui pure si rivelasse tutta la verità. Ma come? Con quale autorità o quale lusinga? E il duello che doveva aver luogo?