— Le ripeto che non posso... Mi creda... Lei deve pur sapere il grande interessamento che ho sempre avuto per Lei; ho fatto di tutto per accrescerne le fortune, per farle una condizione invidiabile... Se dunque non parlo, se non le obbedisco, Ella deve persuadersi...

Ma l’imprudente aveva toccate un tasto molto pericoloso, che ridestò altri dolori, altre rabbie, altri sospetti in Alfredo.

— Ah! il vostro interessamento! Ah le mie fortune! — proruppe. — Come le avete accresciute queste? Col vostro infame mestiere?...

— No...

— Mio padre morì povero...

— No... cioè con imbarazzi... io ho saputo...

— E io non ho mai sospettato di nulla!... E io mi sono valso di ricchezze che erano frutto delle vostre rapine! Ricchezze scellerate, maledette, abbominevoli, che m’avvilivano, che mi facevano vostro complice, sì, che stampavano giustamente su me ignaro il marchio del disonore.

Si scaldava sempre più; il sangue concitato dalla febbre dell’insonnia, dalla fatica, dalla mordente passione gli saliva al cervello e ne offuscava lo spirito; una specie di pazzia, di frenesia, di furore lo assaliva, lo scuoteva, lo dominava; le labbra gli si agitavano convulse, un color pavonazzo gli macchiava a chiazze le guancie, tutte le membra gli tremavano, come all’appressarsi d’un accesso di epilessia.

— Per carità, Alfredo! — esclamò Matteo spaventato: — si tranquilli... rientri in sè...

Ma il giovane oramai non vedeva più lume.