E andò a cadere affranto, sfibrato, perduto sopra un sofà all’altro capo della camera da quello dove il vecchio usuraio stava prostrato a terra, accasciato, perduto, soffrendo così che «poco è più morte».

XXXI.

Successe un grande silenzio, un silenzio che pareva proprio di morte. Quei due uomini, questo a uno, quello all’altro capo della camera, parevano davvero schiacciati ambedue dal medesimo colpo della sventura. Avevano paura l’un dell’altro, non osavano guardarsi, non osavano muoversi, pareva non osassero nemmeno respirare.

Nella mente di Alfredo, al tumulto doloroso di poco prima era successo a un tratto un grande acchetamento, come un silenzio, ma non meno doloroso, qualche cosa di sconsolato e d’inconsolabile, di deserto, di rovina, di sgomento senza misura. Strano a dirsi! Di quella esecrabile verità che gli si era rivelata così di colpo, egli non aveva mai avuto il menomo sospetto; eppure ora che quelle sciagurate parole erano sfuggite dalle labbra di lui, strappategli a forza dalla paura dell’orribile azione ch’egli stava per commettere, ora Alfredo sentì di subito che quella era la verità, che tale era la sua crudele condanna, che non ci si poteva trovare riparo, nè scampo, che bisognava curvare il capo sotto la umiliazione e la vergogna, che bisognava subire l’infamia.

Rapidamente, quasi come accade in sogno, in cui un attimo raccoglie avvenimenti di ore e di giorni, s’affacciarono alla mente del giovane tutti i fatti, tutta la condotta di quell’uomo, tutte le prove della verità di quell’asserzione che improvviso veniva a porre l’ultimo suggello all’opera del suo degradamento, a dargli l’ultima spinta per la sua terribile caduta. Quel taciturno abbattimento, quella morta calma del suo animo, continuava, anzi si faceva maggiore. Pareva rassegnazione, apatia: era profonda disperazione. Che cosa fare? Nulla; non c’era nulla da fare. Era per lui come pell’abitante delle falde dell’Etna, cui improvviso sorprende una terribile eruzione: il fiume di lava gli è addosso, prima che abbia tempo ad accorgersene, prima che possa pur pensare a porre in salvo sè e le cose sue; l’onda affuocata, precipitosa è lì, già ne sente la vampa soffocante, un minuto e tutto sarà travolto nel suo vortice ardente: non c’è che incrociare le braccia e lasciarla venire. Ma almeno quell’onda di fiamma sopraggiunge, passa, tutto distrugge; quest’onda d’infamia invece veniva, lo avvolgeva, gli distruggeva intorno ogni bene, ogni speranza, ogni dignità della vita, ma lo lasciava lui vivo, maledetto, bestemmiato, deriso, in mezzo alle sue spregievoli rovine, coperto di fango. Un gemito, un gemito in cui era concentrato un immenso dolore, uscì dal suo petto, e le mani si contrassero in uno spasimo convulso intorno alla fronte ardente cui stringevano come se la volessero schiacciare.

Matteo, dopo un poco, s’era levato su sulle ginocchia; aveva osato volgere lo sguardo verso il giovane, ne aveva osservato la immobilità, la calma apparente; trascinandosi così ginocchioni era venuto ad accostarglisi piano piano, peritoso, palpitante, pentito, commosso da un tumulto di varii affetti. Quando gli fu giunto dappresso, udì quel gemito dolorosissimo che, rivelando l’inesprimibile strazio dell’anima nel giovane, anche in lui veniva a suscitare il più fiero dolore.

— Alfredo! — susurrò egli quasi in un sospiro, timidamente, esitando, con labbra che tremavano.

Il giovane fece un moto quasi di ripugnanza, non lo guardò, si volse anzi dall’altra parte, coprendosi sempre colle mani la faccia, poi disse lento, piano, con voce piena d’amara vergogna:

— Voi dunque siete?...

Matteo non lo lasciò terminare: il pentimento, che già aveva nel cuore per la sua debolezza di quell’istante, in cui aveva violata la promessa che s’era fatta, la più ferma risoluzione che aveva presa di non rivelar mai tal segreto ad anima viva, e tanto meno ad Alfredo: quel pentimento, dico, prese una subita violenza; egli scattò in piedi, interrompendo con vivacità, con forza: