La risposta era comune come la domanda; ma l’accompagnavano un sorriso, uno sguardo e un porgersi della manina candida e sottile dalle lucide unghie di lieve color roseo.
Giulio, impacciato, turbato, prese timidamente quella destra, la toccò appena, non osò stringerla e la abbandonò in fretta, come se il raso morbido di quella splendida epidermide gli scottasse la palma, anche traverso la pelle del suo guanto.
— E dov’è Enrico? — domandò Ernesto.
— È nel suo quartiere, — rispose la madre. — Ci ha insieme Alfredo di Camporolle.
— Ah! — esclamò vivamente Ernesto, — quel buon Alfredo!.... Lo vedrò pur tanto volentieri.
Anche Giulio, a quel nome, si riscosse e mandò una piccola esclamazione cui però riuscì a soffocare in gola; ma nè il suo riscuotersi, nè la sua esclamazione non erano di contentezza. Lo sguardo di lui corse subito, ratto, al volto di Albina, per esaminarne l’espressione: e anche gli occhi di Ernesto si volsero alla giovinetta, ma i lineamenti di costei non dissero nulla ed ella s’aggiustò con tutta indifferenza le trine d’un polsino.
Ernesto continuava:
— Alfredo è dunque diventato amicissimo di mio fratello?
— Oh sono inseparabili: — rispose sorridendo lievemente la contessa Adelaide.
— È perciò che si trova in casa nostra tanto di buon’ora? Credo che la sia un’amicizia codesta che non possa far torto nè danno ad Enrico.