— Lo credo anch’io: — disse la madre. — Camporolle mi pare un giovane proprio ammodo, un vero gentiluomo. E del resto tu che lo conosci intimamente, Ernesto, tu che hai fatta con lui la campagna di Crimea, puoi giudicare molto più rettamente dei suoi meriti.

— Se non l’avessi conosciuto degno di frequentare la casa della contessa di Valneve, se non lo stimassi tale non avrei osato presentarglielo, madre mia: — disse con accento serio il maggiore delle guardie;. — Quando si fa insieme una campagna, e una come quella di Crimea, lontano dalla patria e da ogni affezione, coll’immenso cielo per vôlta sul capo, e la morte, sotto diverse forme, di choléra, di palla o di mitraglia del nemico, in agguato ad ogni passo, si ha campo di leggersi nel cuore, due che abbiano un po’ di cervello in capo, e di stimarsi a vicenda l’anima per quel che la vale. Camporolle non è dei caratteri più forti, ma è di indole retta, onesta e valorosa. Male attorniato avrebbe potuto traviare... — Mandò un sospiro e aggiunse amaramente: — È pure così facile alla gioventù di lasciarsi trascinare a quelle che sembrano soltanto leggere follie e possono poi far capo anche a gravi errori!... Ma a lui fu sorte faustissima l’essere venuto a combattere laggiù. La disciplina militare e la filosofia pratica, modesta, ma efficacissima delle privazioni e dei pericoli, degli spettacoli dolorosi delle battaglie e delle stragi, hanno fatto più robusta la sua tempra, afforzato il suo carattere, come invigorita eziandio la fibra dei suoi muscoli. Io l’ho visto sotto il fischio delle palle e il grandinar della mitraglia, l’ho visto assistere all’agonia dei cholerosi, l’ho visto a battere i denti in un freddo da Siberia alla trincea, e ho capito che la istintiva simpatia che avevo subito sentito per lui al primo vederlo non aveva avuto torto.

La contessa Adelaide accennò gravemente col capo che approvava le parole del figliuolo; Albina conservava inalterabile il suo contegno di cortese, sempre aggraziata, un po’ altiera indifferenza; Giulio, a quel panegirico, provava una contrarietà che, a dispetto della timidezza, trovava modo di manifestarsi, nell’agitazione delle sue mani, nel morsicchiarsi le labbra, nel rossore del viso, nel balenìo degli occhi. La contessina fece sgusciare uno sguardo di sbieco fino a lui, e parve che un lieve, finissimo sorriso increspasse un momento le sue labbra color di rosa; ma gli occhi di lei videro più in là, sino all’uscio della sala che, aprendosi, diede il passo all’altro suo fratello.

— Ecco Enrico! — diss’ella.

Ernesto mosse vivamente alcuni passi incontro al fratello, che da parte sua corse sollecito verso di lui.

— Ernesto!

— Enrico!

Coll’esclamazione dei loro nomi, i due giovani confusero in un amplesso l’emozione reciproca della loro verace, sincera, vivissima tenerezza fraterna.

Lo sguardo della madre loro si posò con compiacenza, con una specie d’orgoglio sul gruppo di quei due giovani leggiadri, valenti, buoni e generosi, e poi risalì fino al ritratto del padre loro, quasi ad additarglieli, quasi a fare omaggio alla memoria di lui delle consolazioni ch’ella ne riceveva.

Enrico era di statura più alta che Ernesto, ma di complessione più delicata ancora: somigliantissimo del resto al fratello, però con un piglio più altezzoso, come pure con più superba e forse meno cortese l’indole. Dalla coscienza che aveva della pura nobiltà del suo sangue, egli non riceveva soltanto l’idea dei maggiori obblighi che gli toccassero, ma eziandio quella d’una supremazia che gli competesse naturalmente, d’una maggioranza che la Provvidenza gli avesse dato sugli altri uomini. Non può dirsi che disprezzasse quelli che appartenevano alle classi inferiori, perchè veramente non disprezzava nessuno, ma li stimava tutti da meno, aveva un certo rancore contro la borghesia che vedeva invadere ogni uffizio, ogni autorità, recarsi in pugno ogni potere sociale e le preferiva anzi la plebe, detestava poi i nuovi nobili, che gli parevano la caricatura della vera aristocrazia.