Finite le «accoglienze oneste e liete» col fratello, Enrico si volse alla madre:
— Vengo a pregarla d’un favore, a nome d’un supplicante, che non osa presentarsi.
— Chi? — disse la contessa volgendosi al secondogenito: — Camporolle forse?
— Sì, madre. Egli desidererebbe associarsi con noi, oggi, all’omaggio che rendiamo alla santa memoria di nostro padre, benchè non ci sia congiunto per sangue, benchè non l’abbia neppure conosciuto da vivo; ma egli dice che ha tanto affetto per la nostra famiglia, che in quel tempo appunto quando ci capitò cotanta sventura, egli strinse amicizia con Ernesto, che dalla lettera con cui Ernesto gli annunziava il nostro dolore, egli ebbe efficace aiuto a salvarsi da una crisi tremenda della sua vita, così bene che gli pare quasi d’avere un po’ di ragione da chiedere parte alla nostra domestica commemorazione.
La contessa Adelaide corrugò un poco le sopracciglia e guardò il primogenito, come per vedere nell’aperto di lui volto le impressioni che queste parole gli facevano.
— È vero, — disse il maggiore con qualche vivacità. — Forse, se io non gli avessi scritto allora, avrebbe potuto lasciarsi trascinare in un abisso. Egli ebbe in me la più intiera fiducia, e riuscii a persuaderlo che altrove da quel ch’egli credeva stava la difesa del suo onore e la giusta vendetta dei suoi oltraggiatori.
— Se tu, Ernesto, ne lo credi degno, se vedi che ciò sia conveniente, io non nego il mio consenso all’ammissione fra di noi del conte di Camporolle.
— E io vado subito a dargli questa buona notizia, — esclamò Enrico; — e ritorno sollecito qui con lui.
Uscì senz’altro: e Giulio, che tormentava da un poco il guanto della mano sinistra, ne strappò un bottone.
Il vecchio Tommaso spalancò l’uscio e annunziò: