— Il signor marchese e la signora marchesa Respetti-Landeri.

La contessa Adelaide volse il capo con premura verso l’entrata: Ernesto ed Albina mossero solleciti incontro ai cugini, che, arrivati da Milano fin dalla sera precedente, si presentavano, con iscrupolosa esattezza, all’ora posta, nel salone del palazzo Sangré.

IV.

La marchesa Sofia era sempre leggiadra, graziosa e buona. Dopo l’avventura del duello fra il cugino Ernesto e von Klernick, ella avea acquistato ancora un altro merito agli occhi dei liberali milanesi, che vuol dire di quasi tutta quella società, e più ancora di suo marito: quello di avere chiuso l’uscio di sua casa a tutti gli ufficiali austriaci e aver tolto affatto a chi frequentava le sue sale il pericolo d’incontrarvi l’abborrita assisa dei soldati stranieri. La conversazione quindi in casa di lei era venuta in gran favore; vi accorrevano premurosamente tutte le individualità più distinte di Milano per censo, per ingegno, per dottrina, scienziati, scrittori, artisti, e siccome la padrona di casa, insieme coll’avvenenza, possedeva spirito, tatto, eleganza, vi si piacevano assai e avevano messo il salotto della marchesa così alla moda, che l’esservi ammesso era il desiderio di quanti, uomini e donne, aspiravano a venir giudicati persone di garbo.

Il marchese avea continuato a lavorare, recare vantaggi all’agricoltura e arricchire il suo patrimonio. Studiando i bisogni assai trascurati della coltivazione de’ campi in Italia, aveva incontrato sul suo cammino anche i bisogni, che son troppi e troppo negletti ancor essi, de’ coltivatori, e non se n’era sviato con indifferenza o coll’impaziente leggerezza dell’egoismo non ancora direttamente minacciato; ma ci si era messo intorno di buon animo e aveva penetrato forse più che non altri nella questione sociale agraria, meno immediatamente pericolosa e urgente, ma non meno grave e terribile di quella operaia. Aveva pubblicato un libro indarno alle condizioni della proprietà agricola in Lombardia, e benchè ci fosse e apparisse evidente il proposito di non toccare la quistione politica, tuttavia, trattando delle imposte e dei provvedimenti amministrativi che direttamente e mediatamente influivano sulle cose e gl’interessi de’ campi e de’ campagnuoli, saltava fuori luminosamente provato, anche sotto questo rispetto, il danno della dominazione straniera; con effetto anzi tanto maggiore in quanto che i ragionamenti che conducevano irrefragabilmente a tal conclusione, parevano ed erano più alieni da ogni soffio di passione, da ogni influsso di preoccupazione politica. Questo libro aveva prodotto un grande effetto nelle sfere governative, in quella degli intelligenti studiosi, e in generale in tutto il pubblico, il quale, senza leggere le pagine poco divertenti di quel trattato, udendo che era uno scritto liberale, avverso all’Austria, si pose a batter le mani, a gridar bravo all’autore e a proclamare il libro un capo d’opera. Il Governo, impensierito, imbizzito di questa nuova popolarità del nobile piemontese, della quale capiva il significato di opposizione, posto ancora in sospetto verso il marchese dalle gite assai più frequenti d’un tempo, che egli faceva in Piemonte, pensò un momento di dargli addirittura lo sfratto; ma poi non osò mostrare tanta paura di tale, cui nessuno poteva accusare di avere attinenze coi rivoluzionari, e che si sapeva pure essere costretto a quei viaggi al di qua del Ticino dall’amministrazione ch’egli aveva assunta ed esercitava con zelo dei beni e degli interessi di un giovane parente, il cavaliere Giulio Sangré. In realtà però avveniva che i rapporti del marchese Respetti col partito nazionale esistessero davvero e fossero maggiori di quanto l’Austria sospettasse, e ciò per mezzo del capo medesimo di quel partito da Vienna così odiato, il conte Camillo di Cavour, ministro del re Vittorio Emanuele II. Non ci fu mai volta in cui Ernesto Respetti-Landeri venisse in Piemonte, senza che il Cavour, il quale lo conosceva già da tempo, non trovasse modo di avere con lui una più o meno lunga, sempre vivace conversazione. Talvolta gli era incontrandolo sotto i portici di via di Po, nella passeggiata che il ministro ci faceva quotidianamente.

— Oh oh Respetti! Lei qui? — gli gridava col suo accento, di solito allegro, il ministro; e pigliandolo famigliarmente pel braccio lo traeva seco, mentre quelli che l’accompagnavano, passavano discretamente di dietro in seconda linea.

Un’altra volta era trovandolo la sera in qualche salotto, o spettacolo, o convegno qualunque del mondo elegante; ei lo traeva con sè, così, senza apparenza nessuna di malizia in un angolo appartato, nella strombatura d’un finestrone, in un più riposto gabinetto, e discorrevano animatamente, mentre tutti ci mettevano la migliore attenzione del mondo a non interromperli, a non disturbarli, a nemmanco accorgersene. Cavour era abilissimo a interrogare. Il Respetti aveva un gran desiderio di rispondere; e così avveniva che dopo mezz’ora di colloquio quel di Lombardia avesse detto tutto quel che per lui si sapesse dello stato degli animi e delle cose in quel paese, e l’accorto ministro del Piemonte avesse imparato assai di quanto a quel proposito gli poteva importare.

Questa fiata, arrivato la vigilia a ora tarda, il marchese Ernesto non aveva ancora avuto occasione d’incontrare il Cavour; ma egli sperava di averla quel giorno medesimo ed era deciso di andarla a cercare, perchè gli pareva avere informazioni importantissime da dire al ministro e immaginava che questi, a sua volta, avrebbe avuto grande interessamento ad ascoltarle e fors’anco assai desiderio di comunicare a lui cose di molto rilievo.

Ora intanto ed egli e la moglie erano tutti coll’anima e col cuore alla mesta commemorazione celebrata dai loro amici e congiunti, i Sangré.

Scambiati colla maggior effusione gli affettuosi convenevoli fra i Respetti ed i Valneve, il marchese Ernesto che, allora pure per la prima volta, dopo il suo arrivo a Torino, vedeva il suo giovane protetto Giulio, notò in costui la pallidezza maggiore, l’aria afflitta e contrariata, il turbamento dell’anima cui la ingenua fisonomia del giovanetto non sapeva dissimulare; onde, prendendolo amichevolmente pel braccio e trattolo un poco in disparte, senza che paresse, gli domandò sotto voce: