— Che cos’hai Giulio?... Stai poco bene o ti è capitato qualche dispiacere?
Il giovane cominciò per arrossire fino alla radice de’ capelli e poi rispose con penoso imbarazzo:
— Io no.... non ho niente....
Ernesto Respetti avrebbe forse insistito; ma a salvare il povero Giulio da ulteriore interrogazione, sopraggiunsero in quella Enrico di Valneve e Alfredo di Camporolle.
Il primogenito dei Sangré aveva avuto ragione dicendo che la campagna di Crimea era stata di gran giovamento ad Alfredo, afforzandone la tempra e rinvigorendone le membra. Quel morbosamente delicato che notammo in lui, quando lo vedemmo la prima volta a Bologna innamorarsi dell’avventuriera che doveva essergli tanto fatale, quel femmineo che lo aveva fatto chiamare beffardamente la ragazza dal fu duca di Parma, era affatto sparito da lui. La carnagione gli si era un po’ più abbronzata, i tratti avevano prese linee più precise e ferme, lo sguardo più sicurezza e la fisonomia un’espressione più ardita e virile. Da ciò il suo volto erasi ancora abbellito, e se la Zoe l’avesse visto ora, forse avrebbe trovato anche maggiore in lui quella potenza dello sguardo che le aveva ricordato vivamente un uomo amato e perduto ed era stata la prima cagione della loro attinenza.
Tornato dalla spedizione di Crimea, Alfredo non s’era stabilito subito a Torino, benchè fosse quello il suo massimo desiderio. L’immagine di Albina, si era impressa così fattamente nel cuore di lui, che sempre e nella campagna e poi egli l’aveva presente; ma aveva pur capito che questo suo amore, il quale ingigantiva ogni giorno, così diverso da quello statogli prima ispirato dalla Zoe, non avrebbe potuto avere per allora fortunato successo. La fanciulla era troppo giovane perchè si consentisse già ad accasarla, ed egli era troppo poco noto a lei stessa e alla famiglia per venirne accettato fin da quei punto quale pretendente alla mano di Albina.
Aveva fatto erigere il modesto monumento sulla tomba di sua madre, ma non aveva potuto andarci lui a farlo mettere a posto nè tampoco a vederlo di poi, perchè la polizia parmense l’aveva respinto ai confini e ricordatogli l’intimazione di non introdursi mai più nel territorio del ducato; e s’era dovuto, a sua gran malavoglia, servire per ciò dell’opera di Matteo Arpione che fece eseguire ogni cosa per mezzo dell’Antonia e del Battistino. S’era quindi recato a Lugo, e là aveva rintracciate alcune notizie dei Corina suo padre e suo avo, le quali s’accordavano perfettamente colle informazioni dategli da Matteo. Congiunti suoi, appartenenti alla sua famiglia, amici della medesima neppure, non ve n’esistevano più: ed egli, dopo passato alcun tempo nel suo vasto possedimento da cui prendeva il titolo nobiliare, in una solitudine che gli si fece presto amaramente uggiosa, aveva finito per venirsi a stabilire a Torino, dove il cuore lo spingeva sempre a recarsi, dove da un anno abitava, e introdotto nella migliore e più alta società, erasi fatto intimo amico anche del secondogenito dei Sangré e famigliarissimo di questa nobile famiglia.
V.
Alfredo di Camporolle si avanzò sollecito, colla garbata agiatezza di portamento che ha un gentiluomo avvezzo al lustro dei saloni e al fuoco degli sguardi delle più eleganti assemblee; prima di salutare nessun altro, prima di pur mostrare d’accorgersi della presenza di altri, andò premuroso verso la contessa, ne prese la mano ch’essa gli porgeva e la baciò, con una galanteria piena di reverenza.
— Signora contessa, — diss’egli poi con accento compagno a quell’atto; — le sono riconoscente, proprio dal profondo del cuore, della grazia ch’Ella mi fa di lasciare che anch’io, in questo giorno per loro così sacro, venga a recare il piccolo tributo del mio culto alla memoria di quell’uomo impareggiabile, che s’io non ebbi la fortuna di conoscere di persona, ho pure il bene di poter apprezzare ed ammirare nella famiglia in cui le virtù di lui sopravvivono.