La contessa Adelaide, prima di rispondere, volse uno sguardo al ritratto dell’estinto, come per consultarlo: di mezzo alla cornice dorata, la figura grave e pensosa del fu conte-presidente pareva rivolgere benevola il suo serio sorriso sulla cervice chinata di Alfredo.

— Signor conte, — rispose poi la vedova Sangré, con voce alquanto commossa: — son io anzi che la ringrazio, noi che la dobbiamo ringraziare del suo gentile pensiero. Dicerto tutti quelli che si associano a noi per onorare la memoria di quel caro che abbiamo perduto, possono contare sulla nostra simpatia, sulla nostra gratitudine.

— Ah, signora contessa! — esclamò Alfredo con calore contenuto e con evidente commozione: — che cosa non farei per rendermi degno almeno della prima!

Si volse e si trovò innanzi Ernesto di Valneve, che gli tendeva sorridendo le mani; si abbracciarono come due buoni e amorosi fratelli.

Il marchese Respetti, che nelle sue gite a Torino non aveva ancora mai avuto il caso d’incontrare il Camporolle, domandò piano chi fosse quel giovane al povero Giulio che si mordeva sempre più le labbra e aveva strappati tutti gli altri bottoni dei suoi guanti.

Giulio rispose come se avesse qualche amara medicina in bocca:

— Alfredo di Camporolle, un conte.... di Lugo.

Albina in quel momento rispondeva tranquilla, aggraziata come sempre, gentile al solito, al saluto che le rivolgeva Alfredo commosso.

— E ora, Ernesto, — disse la contessa Adelaide al suo primogenito, — presenta il conte di Camporolle ai nostri buoni cugini.

La presentazione ebbe luogo in tutte forme; ma Alfredo sentì che nessuna corrente di simpatia si stabiliva fra lui e il marchese, e che questi aveva una certa diffidenza e fors’anco un certo mal animo nello sguardo con cui l’osservava.