E ora tutti si sono rivolti al ritratto del morto; la contessa in mezzo nel suo seggiolone, sola seduta, a’ suoi lati, a destra Albina, a sinistra la marchesa Sofia, poi in semicerchio gli uomini, così che Ernesto ed Enrico ai due capi chiudono la piccola schiera.
Succede un momento di silenzio.
È il primogenito dei figli che lo rompe.
— Padre mio, — dice con voce contenuta, in cui vibra tuttavia una profonda emozione, — ho fede che tu sei qui con noi, che tu ci leggi in cuore. Guarda nel mio, scrutalo nei suoi più nascosti recessi; oso sperare che il tuo sguardo di spirito non ci potrà incontrar nulla che sia la traccia d’un affetto, di un sentimento indegno di te, del nostro nome. A te vivente, io, disgraziato, fui cagione di non lievi dispiaceri, e tu generoso, m’hai perdonato: oh vedi ora se del tuo perdono mi son fatto meritevole!
La madre lo interruppe.
— Sì, figliuol mio; in nome di lui io te lo dichiaro, io, a cui non hai dato più colla tua condotta che motivi di consolazione e d’orgoglio.
Ernesto Sangré si coprì con tuttedue le mani la faccia, come per non lasciare scorgere la soverchia emozione che vi si dipingeva, come per frenarla e cancellarne le mostre, e rimase immobile e muto.
Il marchese Respetti prese lui a parlare.
— Non poteva essere altrimenti di chi ha nelle vene il sangue del conte-presidente di Valneve. A quell’uomo egregio che fu amico intimo, quasi fratello a mio padre, che fu mio amoroso padrino, mio assennato consigliere, che cosa non devo io pure? Mentre io era assente, a mio padre infermo egli diede la più amorosa assistenza, fu di lui, reso immobile, la mano, il braccio, il pensiero; lo tenne al suo seno amoroso negli ultimi spasimi dell’agonia, gli chiuse con amorosa destra gli occhi... Oh! l’anima santa di Ernesto Sangré, conte di Valneve, vedrà pure che l’omaggio ch’io rendo qui con voi alla sua memoria è il più sincero, il più commosso che possano dare il cuore e la mente d’un uomo.
La contessa Adelaide si rasciugò gli occhi e tese la mano al Respetti.