Cominciò la narrazione dei suoi casi: le vicende della sua giovinezza che già conosciamo, la sua cupidigia di ricchezze, la sua invidia pei fortunati del mondo, l’odio verso la società e i suoi beniamini, le sue maledizioni contro la fortuna e i favoriti di lei; poi il suo amore per Giuseppina Landi, l’onestà di quella fanciulla bellissima, che in mezzo alla povertà aveva saputo resistere alle seduzioni de’ più ricchi e generosi vagheggini, come al trasporto del verace amore di lui Matteo, al quale pure ella non seppe celare di corrispondere. Mancandole qui a Torino ogni mezzo di guadagnarsi onoratamente la vita, la povera Giuseppina erane partita per tornare a Parma; da principio Matteo aveva creduto di poterla facilmente dimenticare e s’era quasi rallegrato che ciò ponesse termine ad una passione che sentiva egli stesso eccessiva; ma invece non era stato così, e più passavano i giorni, tanto maggiore si facevano in lui l’amore per quella fanciulla lontana e il bisogno di vederla. A un punto non ci resistette più; fece le sue valigie, prese con sè tutto quel poco che possedeva e partì per Parma, deciso a stabilirsi dov’ella fosse, dov’ella volesse, perchè in altri luoghi lontano da lei, senza di lei, egli non sapeva, non poteva più vivere.
— Giunto a Parma, — così egli continuò il suo racconto, — trovai la mia Giuseppina accolta ospitalmente in casa di suo cognato Giovanni Carra.
Alfredo, che aveva sempre ascoltato in silenzio, il viso chiuso nelle mani, senza dare il menomo indizio di quel che provasse, a questo punto si riscosse.
— Giovanni Carra! — esclamò. — È il nome sottoscritto al mio atto di battesimo!
— Sì.
— Era cognato di mia madre?
— Ne aveva sposata la sorella maggiore....
— E Pietro Carra... quel sellaio che ho conosciuto a Parma, era figlio di lui?
— Sì.
— Dunque mio cugino?