Il giovane non pronunziò una parola, fece un atto colla mano perchè l’altro continuasse, e coprendosi di nuovo il viso, tornò alla sua immobilità.
— Un fatto, per me un gran fatto venne ad accrescermi i dolori, la rabbia per la mia impotenza, la smania dei guadagni, e insieme a innondarmi il cuore di tanta gioia, di tanta tenerezza che mai non me ne sarei prima creduto capace, che mai non avrei pensato potersene provare al mondo di tale... Giuseppina, la mia Giuseppina, mi annunziò che mi avrebbe fatto padre. L’amai ancora di più! Oh come le fui riconoscente! Come avrei voluto circondarla di agi, di benessere, di tranquillità, d’ogni delizia! Ella era così sofferente! Le privazioni, i patimenti d’animo, le angoscie e gli affanni medesimi che le davo colle mie collere contro la società, colle minaccie che facevo bestemmiando ai miei simili.... sì, sì, me ne accuso... oh me ne sono pentito cotanto!... La mia follia diede più volte cagioni di spavento e di tormento a quell’anima santa, pietosa, mite, angelica.... Tutto codesto l’aveva indebolita, affranta, stremata.... Che compassione mi faceva a guardarla, pallida, pallida, le occhiaie allividite, le labbra assottigliate e bianche, lavorare con quelle mani affusolate, esili, che parevano di cera, lavorare a cucire pel nascituro quei panni che veniva procurandosi togliendosi a sè stessa parte di alimento! Come mi rodevo, come soffrivo, come avrei dato volentieri il mio sangue!...
Un qualche cosa che sembrava singhiozzo lo interruppe. Alfredo lo guardò di sottecchi. In quel vecchio ammencito, incartapecorito, che pareva a tutto chiuso e indifferente, la forza del ricordo era tale che una profonda commozione gli trasmutava la fisonomia di solito spiacevole e attestava la sincerità del sentimento.
Matteo riprese:
— Per ottenere guadagni, mi umiliai, mi abbassai a qualunque servizio.... Io, che ero così orgoglioso.... mi acconciai ai disprezzi, alle impertinenze, ai capricciosi scherni de’ ricchi.... Non ci fu mestiere da cui rifuggissi.....
Un’altra scossa, un altro raccapriccio d’Alfredo; ma il vecchio, infervorato ora nel suo racconto, animato dal calore che gli metteva nel sangue il riviver quasi in quei tempi lontani, il provar di nuovo quelle emozioni e quelle passioni, questa volta non se ne accorse neppure.
— E nulla, nulla mi giovava!... Finalmente un giorno la sorte accennò di volersi cambiare. Era capitato a Parma, tratto dal suo capriccio, dal caso, dal destino, un giovane signore di Lugo, chiamato Luigi Corina....
— Ah! — fece Alfredo, la cui attenzione e l’interessamento, che pure erano già grandissimi, furono a questo punto eccitati da nuovo impulso.
— Viveva proprio da mezzo matto, profondeva il denaro da ogni parte nel più stupido modo, cercava i suoi piaceri nelle orgie più basse, negli eccessi più perniciosi alla salute. Tutti gli mangiavano addosso; egli lasciava fare con una disdegnosa noncuranza; ma però un giorno che sorprese il suo servitore a rubargli tranquillamente nello scrigno, lo scacciò a bastonate dalla sua presenza e dal suo servizio. Egli non poteva stare un pezzo senza un nuovo domestico, perchè soleva non far nulla da sè, nè anco di quanto più davvicino lo riguardasse, immerso sempre in una inerte malavoglia, in una impaziente uggia di tutto e di tutti, e si raccomandò di qua e di là per avere sollecitamente un successore al congedato.
Venne proposto anche a me di presentarmi a chiedere quell’ufficio.... Ah! una volta non avrei neppure permesso che mi si parlasse di ciò! allora accettai e fui sollecito a recarmi da quel signore, col cuore che mi batteva per la paura di arrivare troppo tardi, e di non piacere a quell’uomo bizzarro e di non essere accettato; perchè in quel posto la paga era discreta, e si offrivano molti e molti modi da fare altri guadagni e poter mettere qualche cosa in disparte.