«I concorrenti furono molti; ma il signor Corina, che volle minutamente informarsi delle condizioni e della vita di tutti, quando ebbe udita la mia storia, mi prescelse, dicendomi: « — Anch’io ho amato come amate voi una Giuseppina; per lei affrontai la collera di mio padre, le persecuzioni del mondo, le avversità della vita. La morte me l’ha crudelmente rapita e con lei mi tolse ogni bene, ogni voglia di vivere. Ora che sarei in grado di darle una esistenza agiata, perchè mio padre è morto, essa non c’è più, e io non so più che cosa farne nè del denaro, nè della vita, e non ho più altro desiderio che di gettarli ambedue. In causa del nome di vostra moglie, pel merito del vostro amore, prendo voi, e se non siete così asino e così impudente come colui che s’è fatto cacciare a forza, sarete voi che mi chiuderete gli occhi dopo il poco tempo che mi rimane ancora da trascinare sulla terra.» — Entrai così al servizio di lui; era strambo, bizzarro, ma buono e generoso, e io gli posi presto affezione; da sua parte egli provò una certa simpatia per me, conobbe zelante e onesto il mio servizio e non andò molto tempo che mi trattò con benevolenza e fiducia, di cui mi volle dar prova, narrandomi tutta la storia del suo passato. Se aveste la pazienza di sentirla, Alfredo....
— Sì, sì, — interruppe vivamente questi: — dite tutto, ho desiderio di saper tutto, bisogna bene ch’io sappia tutto.
— Suo padre, signore non molto ricco, ma discretamente agiato, era uno di quegli uomini dell’antico stampo, che come buon metodo di educazione de’ figli non vedono che il rigore, la severità più spinta e il sistematico diniego d’ogni menomo piacere, d’ogni soddisfazione anche del più innocente desiderio giovanile. La casa paterna era stata così per Luigi, fanciullo e adulto, niente di meglio che una carcere con un severo carceriere in perenne cipiglio, non buono a parlargli altrimenti che rampognando. È difficile che gli eccessi non provochino una riazione, e quindi eccessi dalla parte contraria. Luigi, d’indole vivace, d’umore bizzoso e di sangue ardente, un bel giorno si ribellò, il padre lo punì con severità crudele, e il giovane, appena diciottenne, fuggì di casa. Suo padre giurò che poichè egli s’era bandito dalle soglie de’ suoi maggiori, lui vivo, non ci sarebbe rientrato mai più, che non l’avrebbe mai più voluto vedere, mai più perdonato. Il povero Luigi visse per miracolo, conoscendo anch’egli che cosa fosse la miseria, aggravandosi di debiti onerosissimi, come si suol dire, a babbo morto, precipitando sempre più in errori, in male abitudini, in disordini, in guai. S’innamorò d’una povera fanciulla del popolo e la sposò; di che il padre, informatone, salì in collera ancora più bestiale. Il bisogno lo fece ricorrere supplicando all’inesorabile genitore; questi non gli rispose che colla sua maledizione. Si vide costretto a domandare i conti e la consegna dell’eredità di sua madre. Altro aumento dello sdegno paterno. Le sostanze poi di cui venne così in possesso erano di non molto valore, e i debiti precedenti in breve le consumarono; onde fu costretto a ricorrere a nuovi imprestiti e sempre con più gravose e anzi scellerate condizioni. Era al punto che quasi si rallegrò.... sì, lo confessava.... quando suo padre venne a mancare, ed egli potè diventare padrone dell’eredità. Ma di questa una bella parte gli aveva tolto il padre sempre implacato, lasciando tutto quello di cui poteva disporre ad opere pie e a chiese: un’altra gran porzione gli tolsero i creditori che subito gli saltarono addosso e che convenne pagare, così che quanto glie ne rimase, si ridusse nemmeno a un quarto di ciò che era stato posseduto dal padre. Luigi fu costretto a vendere il palazzo e i terreni, e siccome tanto e tanto il soggiorno di Lugo non aveva nulla che lo attraesse, fatto denaro liquido di tutto ciò che gli restava, era andato a Macerata, il paese di sua moglie.
«Pur tuttavia, con quanto ancora aveva salvato dalla successione paterna, egli avrebbe potuto vivere in una modesta agiatezza e gustare così un poco di felicità terrena, se massima sventura non gli fosse capitata nella morte di quella donna che aveva tanto amata. Nulla più gli rimaneva al mondo; disperato, aveva dapprima voluto ammazzarsi, poi si era deciso a stordirsi e consumarsi con ogni fatta d’eccessi. Abbandonati que’ luoghi, aveva girato qua e là per l’Italia, finchè era giunto a Parma, dove il destino dovea riunirci.
«In breve io fui a regolare tutti i suoi interessi, a procurargli denari, ad acchetare i creditori; gli divenni quasi un amico, più che un servitore di certo; lo consigliai, lo ammonii più volte, volli ritrarlo da quella strada in cui non poteva che incontrare la rovina e la morte. Ma tutto fu inutile; ed era troppo tardi oramai. Sentendosi mancare la vita volle tornarsene al paese dove la sua diletta era morta. A me gravava pure assai abbandonare mia moglie la quale doveva fra non molto diventar madre; ma il povero etico mi pregò tanto! Era d’altronde un rinunciare a non piccolo e certo guadagno l’abbandonarlo; mia moglie stessa mi esortò a seguirlo; insomma, dolentissimo, ma nascondendo il mio rincrescimento, mi decisi e partii col signor Luigi alla volta di Macerata e di Lugo. Ma prima raccomandai la mia Giuseppina ad una buona donna con cui avevamo avuto occasione di stringere attinenza perchè vicina di casa e che appunto esercitava il mestiere di levatrice, quell’Antonia che vi feci conoscere quando vi condussi alla tomba di vostra madre. Anch’ella era povera come noi; anch’ella viveva di stenti e di privazioni ed era fatta per capirci; per compassionarci, per aiutarci in tutto quello che potesse.
«Luigi Corina stette poco a Lugo, solamente il tempo per terminare certi interessi che ancora erano pendenti in seguito alla vendita dei beni paterni: vide poca gente, non parlò dei suoi casi, e quando partì, di lui e di quanto gli fosse occorso durante l’assenza, colà sapevasi non molto più di prima. Io, invece avevo appreso tutto quello che riguardava lui, la sua famiglia e le vicende tutte di questa. Si recò a Macerata, deciso di morir colà, e gli ultimi due mesi della sua vita, che furono tutta un’agonia, io non mi mossi più dal suo fianco e lo assistetti come un amico, come un parente, come un fratello. Di congiunti egli non ne aveva più nessuno, di amici non se n’era fatti; gl’indifferenti non voleva più vederli: rimasi io solo al suo capezzale mentre soffriva, mentre veniva lentamente estinguendosi, mentre moriva.
«Nelle lunghe notti vegliate, quanti pensieri, quante fantasticherie, quante pazze chimere non m’assalsero! La mia mente volava a quel luogo dove avevo lasciata la donna adorata: la vedevo soffrire e stentare, lei che avrei voluta circondata di ogni agiatezza, di ogni sfarzo: vedevo già in anticipazione il bambino che ne sarebbe nato, che sarebbe mio!... Certo egli aveva da essere un maschio, n’ero sicuro, lo volevo, ci avrei scommessa la testa. Ma quel maschio, quel figliuolo mio, nato dal mio sangue, carne della mia carne, ossa delle mie ossa, come dice la Bibbia, che scorgevo, che vagheggiavo bello e aitante e pieno d’ingegno, lo volevo pure felice, ammirato, invidiato dal mondo. Che avesse la sorte di suo padre oh no! avrei dato tutto il sangue, l’anima, perchè non l’avesse. Giuravo a me stesso che l’avrei fatto ricco, potente, l’avrei imbrancato nella schiera di coloro che godono e comandano nel mondo, gli avrei fatto una fortuna, un nome, un titolo, gli avrei dato tutto ciò che abbaglia gli uomini e se ne fa ammirare.
«Ma come?... Quante ne pensai per afferrare la ricchezza!... Feci scorrere tutti i mestieri, tutte le professioni, tutte le temerità che possono guadagnar denaro. Un lampo mi mostrò a un tratto il cammino. Il mio povero padrone che languiva era stato vittima dell’usura...
Qui Alfredo fece un moto di sì viva ripugnanza che il vecchio s’interruppe.
— Ah per arricchire mio figlio, — riprese poi dopo con una specie di bravata, — avrei scelto qualunque cosa; per torlo a quelle vergogne, a quelle umiliazioni, a quei disprezzi che io aveva sofferti, avrei commesso qualunque misfatto... Capivo che avrei trasmesso a mio figlio un nome disonorato; ma se avessi potuto acquistargli un altro nome, nascondere a lui e alla gente la sua origine, dargli un titolo, un’altra famiglia!... Il mio sguardo si fermava su quel misero che sonnecchiava nel languore della sua malattia mortale. Egli aveva un nome senza macchia: se glie lo avessi potuto prendere per mio figlio! Io, dopo, avrei senza riguardi potuto comprare dalla fortuna la ricchezza coll’infamia del mio nome.