«Quando questo matto pensiero mi venne la prima volta, lo respinsi come un assurdo impossibile, mi dissi che non ne avrei nè anco avuto il coraggio se mi si fosse presentata la sicurezza di poterlo attuare. Rinunziare a mio figlio, io che l’amavo già tanto, prima ancora che fosse nato! Ma se uno fosse venuto da me a dirmi: «dammi tuo figlio ed io lo farò ricco,» io gli avrei detto di no. Era però ben diversa cosa darlo ad altri; io sognava di allevarmelo io, ma come un essere a me superiore, come un mio padrone, e servirlo, e adorarlo, e vederlo, e sentirmi beato d’averlo fatto io grande, ricco, felice. Tal pensiero come un chiodo mi si conficcò nel cervello, e non mi lasciò più.

«In quella, contraddicendo alle informazioni di mia moglie, che, per non inquietarmi, mandava sempre buone novelle, Antonia mi scriveva che la povera Giuseppina soffriva e che quanto più s’appressava il termine della sua gravidanza, tanto maggiori se ne facevano le sofferenze. Volli a un punto abbandonare il povero sor Luigi; ma egli mi pregò tanto che non ebbi il coraggio di lasciarlo solo in quegli ultimi pochi giorni che gli rimanevano.

« — Sarete presto liberato, — mi disse con amara mestizia, — e io, in compenso dei vostri servizi, vi lascierò tutto quel poco che mi rimarrà ancora al momento della mia morte.

«Morì pochi giorni dopo; nessuno venne a pretender nulla della successione, io presi tutto, pagai gli ultimi debiti e mi trovai in possesso di una somma di denaro, e, quello che era più importante pel disegno che s’era venuto sempre più maturando nel mio cervello, di tutte le carte della estinta famiglia Corina.

«M’affrettai verso Parma. Lungo il viaggio determinai più nettamente e con incrollabile risoluzione il mio disegno. Il figlio che aveva da nascermi avrebbe portato il nome incontaminato dei Corina. S’egli nasceva a Parma ciò era impossibile; bisognava dunque condurre la giovane madre in un altro luogo, dove poterla far credere la vedova di Luigi Corina. Trovai la povera mia moglie assai malazzata; ma il piacere di vedermi, l’assicurazione datale che non ci saremmo più separati, produssero in lei un tal miglioramento che fece meravigliare anche la levatrice Antonia.

«Provai un giorno a comunicare il mio disegno a Giuseppina... Ella non ne volle sapere; rinnegare suo figlio, mai, diceva essa, non ci avrebbe acconsentito a niun patto; non mi comprese, e per acchetarla finsi di rinunziare anch’io al mio disegno; ma speravo poterla convincere col tempo, e frattanto non cessavo dal pensare a preparare tutto quello che poteva conferire alla riuscita.

«L’Antonia mi veniva dicendo che mia moglie stava tanto meglio, che l’epoca della sua liberazione non era ancor vicina, ed io, sempre fermo nella mia idea, pensai per prima cosa esser necessario condurla via dalla sua città. Trovai il pretesto che gli affari lasciati dal signor Corina richiedevano ancora l’opera mia e la mia presenza a Lugo, e siccome io aveva trovato molto più conveniente lo stabilirci colà, pensavo miglior consiglio menarci subito anche la moglie per non dividerci più.

«Giuseppina, buona com’era, acconsentì. Avevo i denari del Corina da poterla far viaggiare come una signora; presi una carrozza di posta e partimmo.

«Sciagurata risoluzione!... Forse senza ciò ella avrebbe potuto sopravvivere...

L’emozione gli troncò le parole. Alfredo mormorò con voce di pianto: