— Povera madre mia!
— Tutto quello che avete appreso al villaggio dove vi ho condotto, — ripigliò Matteo, — tutto avvenne come vi fu detto... Ci fermammo in casa del Battistino; io corsi a prendere l’Antonia... pagai tutto quello che volle perchè dicesse e facesse a mio senno... presi meco il cognato Carra, dal quale con preghiere, regali e promesse ottenni pure che mi assecondasse, e... tutto riuscì a seconda dei miei desiderii... Ma la mia Giuseppina mi morì!...
Qui un vero singhiozzo l’interruppe; stette un momento e poi riprese con un accento d’infinito dolore, di cui non lo si sarebbe neppure creduto capace:
— Ah! quello fu uno spasimo!.... Per un momento rimasi come stupidito: non vidi più nulla, non pensai più a nulla; nulla più al mondo esisteva per me fuorchè quel cadavere che mi stava rigido innanzi agli occhi. Che notte orribile, tremenda ho passata! Se mi fossero venuti ad offrire la morte, l’avrei accolta come un regalo. Mi pareva non altro restarmi di meglio a fare che prendere meco il mio bambino e seguire al di là della tomba quella cara, quell’unica donna che avessi amato, che abbia amato mai! Il mio bambino.... Esso era là bello, roseo, cogli occhioni aperti che mi parevano già intelligenti, che mi sembravano guardare nel mondo stupiti e sgomenti, che mi sentivo scendermi nell’anima e ricercarmi il più intimo sentimento quando si fissavano nei miei... Ella, Giuseppina, la povera madre, me lo raccomandò quel bambino con tutta la forza, tutta l’efficacia d’una madre che muore. Parve avere accettato la mia idea... essa moriva, non poteva più gloriarsi d’averlo per figlio, che cosa le importava più ch’egli portasse questo o quel nome? Mi disse: «Fa di nostro figlio quello che ti pare; ma fallo onesto, buono e felice!» Lo giurai. Sì, lo volevo anch’io onesto e felice: ma per essere tutto questo, per fuggire le tentazioni del male e godere le gioie del mondo bisognava farlo ricco... «Lasciane la cura a me,» dissi: «e sarà invidiato dal mondo». Tu avevi le pupille volte al cielo, e gemicolavi sommesso!.. Ah! la notte ch’io passai fra lei morta, a cui avevo giurato far felice la tua vita, e te neonato a cui rimanevo solo nel mondo; quella notte eterna, terribile e santa fece di me un altr’uomo... Me votai a ogni tormento, a ogni vergogna, ma per te volli ogni distinzione sociale... Tu non avevi a nessun patto da arrossire d’un padre plebeo, volgare, forse odiato e disprezzato... Nascondere la mia paternità era un gran sacrificio.... Ti feci crescere, educare lontano da me... e lavorai, mi frustai l’anima, il corpo, la mente a raccogliere denaro. Sono riuscito!... Che m’importava la mia umiliazione? Essa serviva ad esaltare te... che meco stesso, in silenzio, chiamavo, con orgoglio indicibile, mio figlio! mio unico figlio! mio dilettissimo figlio!
Matteo s’era taciuto come aspettando risposta, e stava col capo basso, gli occhi rivolti a terra, tremante, timoroso delle parole che sarebbero uscite dalle labbra di suo figlio.
Questi, per un poco, per un tempo che al disgraziato parve lungo come un’ora di dolore, — non parlò, non si mosse. Teneva sempre il viso chiuso, il corpo curvo in una postura di abbandono quasi disperato: lo avreste detto insensibile. E frattanto la mente stanca del corrodente pensiero, pareva a lui stesso venirgli meno, assopirsi nell’idiotismo. Era di lui che si trattava? Erano casi suoi quelli intorno a cui si travagliava impotente il suo spirito? Erano sogni, tormenti d’incubo, follie di cervello malato o realtà tremende? Farlo felice! Quell’uomo che diceva di essere suo padre, gli giurava di aver voluto farlo felice!... Felice!... E a qual punto lo aveva ridotto! Non aveva più forza a sdegnarsi, a ribellarsi, sentiva un generale esaurimento di tutto l’esser suo.
— Che faceste voi? — disse poi lento, a voce fioca, stentata, senza alzare il capo, senza muoversi, senza guardare colui al quale parlava. — Il primo bisogno a noi, la prima felicità è la famiglia; cominciaste per torgliermela.... Avessi avuto alcuno da amare!... A me la morte rapì dunque la fortuna di avere una madre; e anche un padre mi è sempre mancato!... Voleste farmi ricco e nobile; non v’è nobiltà che non poggi sul valore e sull’onore; non v’è ricchezza che valga, se non acquistata onestamente.... Voi ciò dovevate pensarlo.... Mi cacciaste in un’esistenza falsa e fittizia, dove non ho mai sentito un affetto.... Ah mi aveste lasciato povero.... ma orgoglioso di poter nominare mio padre!
L’Arpione rispose con un gemito: l’altro continuava sempre con quel tono abbattuto, dolorosissimo per disperata rassegnazione.
— E ora, al punto in cui m’avete ridotto, che faccio più di me, della mia vita? M’avete condotto fin dentro al tempio della grandezza e della felicità umana, ma per farmele ignominiosamente scacciare quando appunto il più acceso desiderio me ne strugge: avete, per innalzarmi, accumulato un piedestallo d’inganni, di frodi, di infamie, perchè a un tratto mi crollasse sotto, e io, ignaro, innocente, pure precipitassi nel fango e mi vi lordassi tutto e ne fossi perduto per sempre. Oh! il più accanito nemico non avrebbe potuto, coll’ardente e tenace volontà della vendetta, prepararmi una sorte peggiore!...
Il vecchio si torceva le mani in un accesso di furioso dolore.