Alfredo era affatto dominato dal furore; si postò in faccia al Maggiore delle Guardie e gli disse:
— Ci può... ci può... perchè non s’insulta impunemente un padre innanzi a suo figlio... ed io... io figliuolo dell’oltraggiato, ne voglio una terribile soddisfazione.
Matteo si cacciò trammezzo.
— No, Alfredo; — gridò: — per carità... ti prego... ti scongiuro.
Il giovane lo allontanò con una mano e fece ancora un passo per accostarsi al conte.
— Avete inteso? — ruggì.
— Ho inteso benissimo: — rispose il Valneve senza scomporsi menomamente, sempre con quella sua aristocratica freddezza. — E sarei disposto a dargliene soddisfazione quando le cose che ho detto non fossero vere; ma siccome pur troppo nè Lei, nè alcuno al mondo può fare che non sieno tali, Ella vede che a me non resta nulla da aggiungere... E così, siccome qui capisco naturale la presenza d’un essere con cui non voglio avere comune neppure l’aria che si respira, non mi resta che ritirarmi.
S’avviò con passo tranquillo verso l’uscio; Alfredo s’affrettò a porglisi dinanzi per impedirgli il cammino. Aveva turgide le vene della fronte, gli occhi lampeggianti, le labbra frementi, ansante il respiro.
— E Lei crede, — disse con voce mozzata dal furore, — aver potuto coprirci d’obbrobrio, lanciarci sul viso le più sanguinose ingiurie e poi lasciarci tranquillamente e non averci più nulla da fare e non pensarci più?... No per Dio!...
— Eppure sarà così: — rispose freddamente il Sangré. — La esorto a tranquillarsi, a rientrare in sè stesso, e a vedere, se le rimane un po’ di ragione, che dev’essere così, e che non sarà altrimenti,