Alfredo scuoteva il capo con atto da impazzito: le mani gli tremavano,

— No per Dio! No per Dio! — ripeteva. — Avrò soddisfazione... mi domanderà perdono....

Il conte interruppe con un moto vivace del capo.

— Io?

— Sì, Lei! — insistette Alfredo, accostandosi ancora all’ufficiale: — oppure mi darà il suo sangue.

— Nè l’una cosa nè l’altra, — rispose Ernesto freddo, superbo, senza muoversi, incrociando le braccia al petto. — Quello che ho detto è il vero e son pronto a ripeterlo: il mio sangue lo devo a qualche cosa di più degno e di più importante che la collera d’un figliuolo d’usuraio.

Alfredo ruggì un’imprecazione; Matteo spaventato gli si pose davanti; Ernesto non si mosse.

— Per carità! per carità! — supplicava il vecchio.

— Ah dunque perchè Lei è gentiluomo e io sono plebeo — gridava il giovane facendo a liberarsi dalle braccia di Matteo che lo tenevano, — a Lei sarà lecito calpestarmi e io dovrò tacere?.... Sì, plebeo!.... Sono plebeo.... e userò anche modi e vendetta da plebeo... e poichè Lei mi rifiuta ogni riparazione, le strapperò di dosso quelle spalline...

Con un moto da furibondo, ratto come un fulmine, allontanò da sè il vecchio, si precipitò sul conte e la sua mano diede uno strappo alla spallina sinistra. Il maggiore impallidì, una fiamma terribile balenò nei suoi occhi, in un attimo balzò indietro, e gli lampeggiò tra mano la sciabola nuda.