Il vecchio vacillò e colla mano fasciata di pannilini sanguinosi si appoggiò ad un mobile per non cadere.
— In questa sciagurata condizione, chi mi ci ha posto?... È ben giusto che colui al quale spetta la prima, la maggiore, l’unica colpa, ne soffra le conseguenze.
Per Matteo le dolorose emozioni avevano raggiunto il colmo di quella misura ch’egli poteva sopportare. Lo spavento fors’anco della ferita, da cui si sentiva scorrere ancora caldo il sangue sulla faccia, la debolezza da ciò cagionatagli, concorsero eziandio ad abbatterne ogni vigore anche dell’animo; si mise a tremare a tremare, le gambe gli si piegarono sotto, gli occhi gli girarono nell’orbita, le terree guancie gli diventarono gialle, e benchè si tenesse al mobile abbrancato, diede giù, fu per cadere in terra. Ma non cadde; Alfredo, che aveva lo sguardo rivolto in lui, lo vide: fu sollecito a corrergli presso, ad afferrarlo, a sostenerlo; lo tenne su stretto al suo seno.
— Che cos’avete? — gli disse: — padre!... Padre mio!...
Benchè mezzo fuor de’ sensi, quella dolce e soave parola di padre che per la seconda volta usciva dalle labbra del giovane, il vecchio maledetto e disprezzato tuttavia l’udì, la bevve direi quasi avidamente, ringraziò con uno sguardo di tenerezza ineffabile, di riconoscenza che colla voce più non poteva, e svenne sul seno del figlio adoratissimo e gli parve così dolcissimamente morire. Ah! ma sarebbe stata troppo felice sorte per lui; avrebbe sofferto troppo poco, e ben maggiore espiazione lo attendeva in quello scorcio di vita che ancor gli restava.
Alfredo in due passi trasportò sul proprio letto il vecchio svenuto, poi saltò al cordone del campanello e diede una grande strappata.
— Presto! — comandò al domestico accorso, — un medico, il primo che si possa avere... ma sollecito... ma subito!... correte.
XXXIV.
Alfredo sta seduto al capezzale di Matteo Arpione, il padre suo, che giace assopito. Il medico è venuto, e ha detto le ferite essere leggerissime, lo svenimento cagionato da patèma d’animo e non da nessuna grave infermità fisica, non occorrere altro che riposo, quiete dello spirito e qualche cordiale per ottenere un compiuto ritorno alla perfetta salute.
Alfredo siede colà, presso al letto, in quella camera semibuia, e contempla fisso il volto dell’uomo che dorme innanzi a’ suoi occhi. La quiete del sonno ha disteso le fattezze di lui, sembra che gli abbia tolta via la maschera che usa tenerci sempre di nullità, di apatia, di umiltà sottomessa; la gioia provata dall’udirsi detta quella parola cui aveva fatto il sacrificio di non udir mai sulle labbra di suo figlio, ha lasciato anch’essa sui lineamenti dell’addormentato una espressione nuova, di intimo orgoglio, di qualche cosa insieme, che potrebbe quasi dirsi bontà; si direbbe che essa ha rievocato su quel volto alcuno dei tratti della sua giovinezza, gli ha ritornato alle sembianze alcun che di generoso che s’era ritirato in fondo alla sua anima e vi si era tenuto accuratamente nascosto.