Quell’uomo era suo padre! pensava Alfredo; quell’uomo aveva lavorato e sofferto per lui, per fare a lui, suo figlio, una sorte invidiata. S’era per ciò gravato le spalle e aveva portato pazientemente, quasi lieto, il pesante fardello del pubblico disprezzo, quello più pesante ancora della propria disistima, s’era fatto volontariamente vile e cattivo. Quale disgraziata e maledetta illusione era stata la sua! Avrebbe bisognato che riducesse eziandio cattivo e vile suo figlio perchè potesse approfittare quietamente dei frutti sciagurati di quell’opera deplorevole; invece no; egli, suo figlio, l’aveva voluto buono e generoso e aveva fatto di tutto per ciò. Vile e cattivo! Avrebbe forse potuto diventar tale, egli, Alfredo? Faceva a sè stesso questa domanda e raccapricciava dal terrore; gli pareva di sì. Non era figliuolo di colui? Non aveva sangue di lui nelle vene? L’ira, il desiderio della vendetta non gli avevano forse posto o per dir meglio suscitato nell’anima istinti feroci, crudeli, gli pareva anche bassi e scellerati. Non aveva egli pensato persino un giorno a farsi assassino? Suo padre pure un giorno era stato buono, valente: se sua madre l’aveva amato, bisognava bene che fosse tale.

Sua madre! Questo pensiero s’impadronì di subito nella mente di lui, la padroneggiò, la volse ad un altro ordine di idee. Essa era un angelo di donna: il padre glie l’aveva detto; egli lo aveva sentito sin dal primo svolgersi della ragione, per istinto, per intuito indovinatore; lo credeva fermamente. Gli sembrò vederla: una figura sottile, delicata, dal mesto sorriso, degli occhi pieni di bontà e di luce. Gli sembrò che s’accostasse a quel letto e guardasse con amorosa compassione lui e il giacente e quest’ultimo gli raccomandasse.

— Non farlo morire, — pareva udirsi dire nel fondo dell’anima, — abbine pietà, perdonalo, perdona!

Questa parola di perdono se la sentiva ripetere nel capo, nel petto, come di eco in eco, come pronunziata da tutte le parti, ma sempre con una voce dolcissima, una voce femminea, la voce che credeva di sua madre.

Perdonare! Sì, a quell’uomo che aveva grandemente errato, è vero, ma per troppo amore di lui: a quell’uomo che involontariamente gli aveva cagionato tanto male, mentre il suo scopo era pur quello di dargli ogni bene; a lui sì, ma agli altri? Agli altri che gli avevano fatto provare tante angoscie, che gli avevano fatto sibilare, prorompere, fremere intorno la condanna, la maledizione, il disprezzo del mondo: agli altri, perchè avrebbe perdonato? Oh li odiava, li odiava troppo, gli pareva di odiare tutto il genere umano; avrebbe voluto averlo tutto dinanzi rappresentato in un individuo per poterlo assalire, ferire, distruggere. E questo individuo contro cui rivalersi, in cui vendicarsi, nel cui sangue sfogare la sua rabbia, egli lo avrebbe pure avuto a fronte tra poco, e sarebbe stato Ernesto Sangré di Valneve. Lo avrebbe dunque assalito colui, lo avrebbe trafitto, lo avrebbe ucciso. Nella scherma egli non temeva rivali: lo sdegno e la giusta smania di vendetta gli avrebbero accresciuto ancora l’abilità e le forze. Sì, l’avrebbe ucciso! Chi? Ernesto di Valneve? Colui che gli era comparso, che gli compariva ancora come l’incarnazione della vera gentilezza, del vero sentimento di correttezza morale e sociale dell’aristocrazia; colui che gli aveva dimostrato stima ed affetto, che egli aveva davvero ammirato ed amato, che aveva desiderato di poter chiamare fratello, e aveva creduto un momento di avere tal fortuna, che era fratello di Albina! Ah! il suo amore per costei non era spento, nè manco scemato. Lo sdegno, il riagire contro l’onta che lo aveva assalito, il ribollire del sangue sotto il moltiplicare degli oltraggi l’avevano attutito un istante, ma ora, a un tratto, si rimetteva a parlare più forte che mai, e ridivampava colla solita energia, pareva anzi accresciuto dall’eccesso della disperazione. Ed egli le avrebbe ucciso il fratello? Avrebbe fatto piangere quegli occhi entro i quali egli aveva traveduta tanta parte di cielo! Essa lo avrebbe odiato, maledetto!... Essa! Ma questo sarebbe stata nuova e ancora peggiore sventura per lui! Ma non avrebbe egli dato qualunque cosa solamente per avere di lei un compianto, un sentimento di stima, un briciolo di lode? Forse anche lei ora lo credeva colpevole del tentativo di ricatto messo in pratica da Matteo Arpione, forse lo odiava di già, lo disprezzava del pari e anche di più. Con ciò, uccidendogli il fratello, immergendo nel lutto tutta la famiglia di lei, rimediava egli a qualche cosa, riacquistava qualche merito agli occhi della nobile fanciulla, la faceva ricredersi del tristissimo giudizio che aveva dovuto recare di lui?

No certo; no certo. Una nobile azione avrebbe più facilmente potuto ottenere codesto da lei. Il fratello, il conte Ernesto le avrebbe detto allora com’egli fosse persuaso dell’innocenza di lui nel tentativo dell’Arpione, ed essa gli avrebbe creduto. Ma quale nobile azione? Che cosa poteva egli compiere che meritasse tal titolo nelle condizioni in cui si trovava? Il pensiero della madre, forse l’anima di lei gli ridestava nell’intimo l’idea, la parola di perdono!... Era quella una nobile azione? Curvarsi sotto all’onda d’infamia che lo sovraccoglieva, non renderne alcuno responsabile, rassegnarsi come a dire «l’ho meritato!» Ma il mondo l’avrebbe invece chiamata viltà questa e fattone per lui un nuovo argomento di condanna e di disprezzo. E fors’anche lei avrebbe partecipato ai giudizi del mondo!... No, sapeva che Ernesto medesimo l’avrebbe difeso: era certo che il fratello d’Albina avrebbe saputo apprezzare al giusto la magnanimità dell’atto, che egli, il quale lo aveva visto al fuoco delle battaglie, non avrebbe accagionato il procedere di lui a codardia. Ed ella pure, ella l’incarnazione d’ogni bellezza morale come fisica, d’ogni sublimità dell’anima come dell’intelligenza, ella lo avrebbe capito.

Perdonare! Perdonare! Rassegnarsi, soffrire ed espiare colpe non sue!... Oh dolorosa, crudele sorte e immeritata! Ben poteva forse subire l’ignominia, ma viverci, ma portarla pel mondo?... Chi, qual dovere, qual cosa glie lo poteva imporre? Nulla e nessuno. Che cosa avrebbe fatto della vita, di sè? Perchè avrebbe trascinato un’esistenza disonorata per acconciarvisi forse un tempo e fare il callo all’infamia?... Meglio morire: così tutto sarebbe finito.

Era egli certo che sarebbe finito? Aveva creduto sempre fino allora a un’altra vita, da cui aveva sognato che gli sorridesse lo spirito di sua madre. Gli era sembrato sentire la realtà di quel mondo sovraterreno, gli sembrava sentirla ancora. Sua madre lo avrebbe incontrato in quel mondo; che gli avrebbe detto? Invece di abbracciarlo e baciarlo, non l’avrebbe forse condannato essa pure? La testa gli ardeva: i polsi gli battevano come martelli. Gli parve scorgere il fantasma della madre guardarlo con corruccio e dirgli «non morire, non bisogna morire!» Poi questo fantasma cambiare di fattezze, prendere uno splendore ben noto di cerulee pupille, la serietà d’un sorriso pensoso e dignitoso, le sembianze di Albina, per ripetergli ancora: «non morire, non bisogna morire.»

Sorse in piedi con impeto, come un uomo che risponde a una chiamata. Un domestico entrò in quel punto e gli annunziò sottovoce che due ufficiali chiedevano di parlargli: erano i testimoni procuratigli dal conte Sangré medesimo.

Alfredo gettò uno sguardo su Matteo che dormiva sempre tranquillo e poi in punta di piedi uscì per andare a raggiungere i due ufficiali nel salotto.