Fecero un legger saluto del capo con freddezza ancora maggiore e partirono.

Alfredo tornò presso Matteo Arpione, che dormiva sempre di quel medesimo sonno placido e riparatore. Lo guardò di nuovo a lungo, immobile, pensoso. Il giorno cadeva: la camera era diventata quasi buia del tutto; quella poca luce che era colà, in quel vespro di primavera, colle imposte delle finestre socchiuse, dava all’ambiente una tinta d’ineffabile tristezza, da illanguidire qualunque anima, anche la meno accessibile alla melanconia. Il nostro giovane così disgraziato sentì intenerirsi; l’asprezza dell’ira, la ferocia dell’odio lasciarono luogo a una commozione pietosa; gli occhi infuocati furono inumiditi da lagrime che ne temperarono l’ardore. Quell’uomo ch’egli aveva lì dinanzi — suo padre — era ora il solo vincolo che lo legasse alla terra, il solo che lo potesse amare oramai, il solo cui egli dovesse amare. E amarlo egli non poteva. Sentiva anche in questo momento, in cui una maggior mitezza di sentimenti lo possedeva, come perdonarlo, compatirlo, sì, gli sarebbe stato fattibile, già quasi lo faceva, ma amarlo non mai. Anzi sentiva che affine di perseverare in quei sentimenti verso quell’uomo, gli sarebbe stato necessario di viverne lontano, di non averne presenti la figura, i modi, di non udirne la voce, che troppo gli ricordavano le ragioni per cui egli avrebbe pure il diritto di odiarlo e maledirlo. Quali dunque sarebbero stati in avvenire i rapporti suoi con colui.... con suo padre? Che avrebbe fatto di sè stesso, dove, come vissuto?

Matteo in quella s’agitò, le sue labbra mormorarono alcune parole, fra cui il giovane afferrò il suo nome, e gli occhi del giacente si aprirono lenti e quasi con fatica.

Alfredo per primo impulso si trasse vivamente indietro come per sottrarsi alla vista di quelle pupille che s’aprivano nelle occhiaie affondate; ma poi tosto si accorse che questo moto di ripugnanza era avvertito dall’infermo e un’espressione di pena grandissima gli si dipingeva nel volto; si fece forza e si riaccostò con aspetto se non affettuoso, se non benigno, di grave interessamento.

— Come state?...

L’accento era tale da fare accorgere che una parola doveva ancora venire a chiudere la interrogazione; ma come se un ostacolo fosse venuto ad impedirla, quella parola non potè essere pronunziata dalle labbra.

Il vecchio ebbe uno stringimento alla gola come per un singulto, che riuscì a reprimere.

— Meglio, — rispose con voce piena di dolore e di mortificazione: — meglio, grazie... E... voi?

Anche nella sua bocca era un altro, di più affettuosa espressione, il pronome che avrebbe voluto suonare, ma poi non aveva osato venire.

— Oh! io sto benissimo: — disse Alfredo sforzandosi a dare alla voce un po’ di tenerezza, ma riuscendoci malamente.