— E voi? — domandò il giacente, il cui sguardo rivelò tutta l’inquietudine che si nascondeva dietro questa semplice domanda.

— Io uscirò un momentino per prendere un po’ d’aria: — rispose freddamente Alfredo, — chè me ne sento davvero il bisogno.

Matteo lasciò sfuggire un grido.

— Ah, mio Dio!... Tu vai a batterti?

— No, — rispose con forza il giovane: — non mi batterò.

Tacque un istante, e poi con voce grave, quasi solenne, come di chi pronuncia un giuramento, soggiunse:

— Tranquillatevi, padre mio; ho pensato, ho riflettuto, mi sono travagliato coll’animo e colla mente. Ora la mia decisione è presa, ferma, irrevocabile. Non voglio nè uccidere, nè morire.

Uscì lasciando in maggior pace il cuore del padre, il quale ebbe fede assoluta in queste di lui parole.

La notte era discesa del tutto; i lampioni venivano accendendosi man mano, e in quell’ora, in cui quasi tutti si trovavano ritirati nel seno della famiglia, pochi erano i passeggeri per la strada. È ciò che piaceva ad Alfredo; egli anzi prese le vie meno frequentate, quelle dei rioni più poveri, dove era meno facile incontrare persone di sua conoscenza; aveva vergogna di sè, gli pareva di portare sul capo un peso d’ignominia che tutti gli vedessero, che l’obbligava a camminare curvo, schiacciato.

Ma mentre camminavano le gambe anche la mente si pose in moto, e prese presto il galoppo addirittura. Riandò tutto il passato, per deplorarne ogni fase, ogni vicenda: lui fanciullo senza carezze materne, giovane senza affetti domestici. Quanto sarebbe stato più felice, se una madre l’avesse amato, se un padre lo avesse protetto e onorato colla sua virtù, anche nella mediocrità delle fortune, anche nella povertà! E l’avvenire? Nessun amore per lui, nessuna gioia!