Si riscosse a un bagliore di maggior luce che gli colpì lo sguardo venendo da un palazzo. Da quanto tempo camminasse non sapeva più, per dove fosse passato nemmeno; ciò di cui s’accorse a quel punto fu che le gambe, a insaputa della sua volontà, l’avevano portato in faccia al palazzo Sangré di Valneve, sotto le finestre delle stanze abitate da Albina. Sollevò lo sguardo: quelle stanze erano oscure; ma più in là splendevano di viva luce le finestre che egli sapeva esser quelle del gran salone. Si capiva facilmente che là vi era adunanza, forse qualche festosa solennità; un presentimento lo avvisò che vi doveva aver luogo tal cosa che era nuova affermazione, nuova consecrazione per così dire della sua sciagura. Al presentimento venne a dare conferma un fatto. Il portone era aperto; il custode in gran livrea, col cappello a due becchi gallonato e la gran mazza del pomo d’argento, stava pronto ad aprire lo sportello alle carrozze che sarebbero arrivate. E una sopraggiunse appunto in quel momento, forse la prima: Alfredo potè scorgere in essa la faccia trionfalmente felice del cavaliere Giulio Sangré in cravatta bianca. Quella gioia, quella superba contentezza che raggiava dai lineamenti, dagli sguardi del giovane, era tutta una rivelazione. Alfredo soffocò un grido, curvò più basso il capo, timoroso di essere visto, e fuggì perdutamente.

XXXV.

Albina, arrossendo leggermente, aveva detto alla madre e ai fratelli:

— Sono stata io a dare a Giulio l’annunzio per lui doloroso; lasciate a me pure in compenso di quella pena, il piacere di dirgli ciò che penso debba essere anche per lui una gioia.

Acconsentirono sorridendo al desiderio della giovanetta, ed ella mandò al cugino queste sole parole scritte:

«Vieni; ogni tempesta è passata, dileguata ogni nube: sorride di nuovo e più lieto il sole nel nostro cielo.»

Giulio, tratto di colpo da morte a vita, non istette a indugiarsi per nulla a fantasiare sugli avvenimenti che gli capitavano e di cui non comprendeva la ragione. Albina gli aveva annunziata la sventura dicendogli non dovesse cercare nemmanco il perchè, ed egli s’era curvato con muta disperazione di dolore; ora gli scriveva che la sventura era vinta, che faceva ritorno per loro la felicità ed egli s’abbandonava senz’altro all’impeto della gioia e sollecito accorreva alla chiamata di lei.

Si riabboccarono nel gran salone, di nuovo sotto lo sguardo serio e benigno, innanzi al sorriso severo e gentile del ritratto del padre di Albina.

— È dunque vero? È proprio vero? — disse Giulio, prendendo le due mani della cugina, guardandola fiso con occhi che scintillavano un po’ umidi, le labbra agitate, un legger tremito di commozione in tutta la persona, una soave vibrazione di profonda tenerezza nella voce. — Questa volta la felicità la tengo per davvero! La tengo per le mani e non mi sfugge più?

E stringeva con dolce pressione le mani sottili, morbide, tepide, frementi anch’esse, della fanciulla, e la divorava cogli occhi.