— Oh! il dolore in questo mondo entra dappertutto: — disse con accento serio; — ma è pur vero che l’amore lo combatterà efficacemente. E io nella durata dell’amor nostro ho piena fede, Giulio.
— Abbila: — esclamò con forza il giovane. — L’ho anch’io. Il nostro amore, vedi, cresciuto con noi nell’infanzia, nell’adolescenza, s’è fatto sangue nostro, nostra natura, parte essenziale del nostro essere più intimo. Io non posso neppur pensare più di vivere senza di esso.
Parlarono ancora a lungo del loro avvenire, fecero disegni, fantasticarono vicende, gioirono in anticipazione col pensiero le più care e modeste consolazioni della famiglia; separandosi Giulio sfiorò colle labbra la fronte alabastrina, purissima della fanciulla. Poi colla contessa Adelaide e con Ernesto si determinò ogni particolare degli sponsali e della celebrazione del matrimonio. Dopo questo, invece del viaggio solito a farsi dal maggior numero, gli sposi sarebbero partiti per la villa dei Sangré.
Quel segreto che Albina non aveva voluto comunicare al suo sposo, perchè non se ne credeva in diritto, appartenendo agli altri, Giulio venne a conoscerlo quel giorno medesimo per opera del marchese Respetti. Questi pensò debito di delicatezza il rivelar tutto al figliuolo del cavaliere Armando; e poichè i denari mandati al giovane erano usciti dallo scrigno di lui Respetti, egli si trovava appunto aver già pagato, senza saperlo, il debito che gli incombeva. Giulio aveva fatto molte difficoltà per decidersi a ritenere quella somma: e vi si era acconciato solamente quando la zia e il cugino Ernesto, alla parola dei quali egli dava un reverente ossequio, gli ebbero affermato che così doveva fare.
Venne intanto quella sera ben augurata, a cui anelavano con tanto desiderio i cuori leali dei due nobili giovani. Benchè pochissimi fossero gli inviti, il salone era illuminato come nelle maggiori occasioni delle più importanti solennità. Albina abbigliata con ricca semplicità di una veste di seta color grigio perla, con una collana a più giri di perle, con perle ai polsi e nei capelli, la cui abbondante massa di un bel biondo cinerino, sotto a quel piovere di calda luce aveva riflessi miti e tinte soavi, era in tutto lo sfoggio della sua eletta, nobile, pura bellezza. Modesta la gioia nel raggio degli occhi cilestrini e profondi, nel sorriso delle labbra piccole e rosate: dignità graziosa, semplice, elegante, piena di naturalezza nell’aspetto, nel contegno, nelle parole, con cui rispondeva ai complimenti, con cui accoglieva regali ed amplessi dei congiunti invitati. Giulio aveva il pallore delle grandi emozioni; si conteneva di tal guisa, ricacciava così nell’intimo la sua gioia, che sembrava quasi freddo e indifferente; ma i suoi occhi non si staccavano dalla leggiadra figura della sposa; la guardava e guardava, le sue pupille balenavano, parevano tremolare per soverchio commovimento.
Quando il notaio ebbe finito di leggere la scritta, Albina, a cui fu presentata la penna, firmò con mano ferma, e poi si volse allo sposo e gli porse a sua volta quella penna medesima con cui essa aveva scritto, accompagnando l’atto con un sorriso lieve, ma in cui Giulio credette in quel punto scorgere a balenare una visione di paradiso. Le due destre dei giovani, sguantate, s’incontrarono, al tocco di quelle fine epidermidi si riscossero ambedue; si sorrisero, arrossirono, e il giovine s’affrettò a sottoscrivere ancor egli. Allora la fanciulla, che aveva seguitato collo sguardo ogni movimento di Giulio, fece un passo verso di lui, e con atto di franca, nobile risolutezza gli tese quella sua mano che era ancor nuda del guanto. Egli la prese colla destra nuda altresì, la strinse, poi la portò alle labbra e vi depose un bacio caldo e rispettoso; poi passò il braccio di lei nella piegatura del suo, e così uniti camminarono in mezzo ai gruppi degl’invitati, ricevendo congratulazioni e complimenti.
Era una bella serata della fine di marzo, e all’aere tepente primaverile si erano aperti il balcone e le finestre che guardavano verso il giardino, perchè quel vasto salone, posto nel centro del palazzo, si estendeva per tutta la larghezza dell’edificio, e aveva da una parte finestre e balconi sulla strada, e dall’altra un lungo balcone e finestre sul giardino. I due sposi, mentre i domestici in gran livrea servivano su vassoi d’argento confetti e gelati, mentre i pochi accolti a testimoniare gli sponsali stavano divisi a gruppi chiaccherando; i due sposi, dico, tenendosi così a braccio, con una ineffabile, dolcissima voluttà, s’avviarono verso il balcone dalla parte del giardino, vi andarono e appoggiatisi alla ringhiera, vicini vicini, stretti l’un all’altro, il cuore innondato di delizia, separati così dall’adunanza, lasciati liberi con affettuosa compiacenza, stettero lì, rapiti, a gustare la immensa loro felicità, senza trovar nemmeno parola da dirsela; ma pure manifestandosela reciprocamente con cara eloquenza, mercè rotte, bisbigliate paroline indifferenti, mercè i sospiri, gli sguardi. La luce rossigna che usciva a onde dal salone, prima di perdersi nelle masse oscure degli alberi fatti neri dalla notte, contornava d’un’aureola infuocata quelle due teste bionde, chinate una verso l’altra, con espressione di infinito amore, di infinita dolcezza, di felicità infinita.
E mentre essi trovavansi sollevati in tanto paradiso, di sotto, quasi ai loro piedi, si rodeva, si tormentava, soffriva orribilmente un infelice piombato a dirittura nell’inferno più crudele del dolore, della disperazione.
XXXVI.
Alfredo era fuggito da quel palazzo in festa, nel quale aveva visto entrare con gioia sì trionfante il suo rivale, ora al colmo di quella felicità che egli aveva tanto desiderata e che già si credeva di avere raggiunta. Ma non erasi di molto allontanato, prima che una forza invisibile lo arrestasse e, riluttante, dopo una breve resistenza, lo trascinasse di bel nuovo alla luce per lui beffarda, oltraggiosa, che raggiava dagli alti finestroni della casa dei Sangrè. Una voglia dissennata, una vera smania da mente impazzita lo assalì: vederla, vedere quella donzella cui da tanti anni egli pure adorava, vedere Albina nello splendore della sua bellezza, nell’irraggiamento della sua gioia, stamparsene ancora una volta nella memoria l’immagine, che pure aveva sì profondo impressa nella mente e nel cuore, per poterla portar seco, lontano, per sempre, là dove sarebbe andato a lasciare estinguere la sua vita di venticinque anni, senza poterla, cogli occhi del corpo, quella cara fanciulla, rivedere più mai.