Stette un poco sulla strada, lo sguardo fisso sulle finestre illuminate, come sbalordito, come in un dolente torpore di cervello; gli sembrò vedere ne’ passeggeri volti di conoscenza che lo guardassero con istupore; trasalì, si levò di là, svoltò la cantonata, s’immerse nell’ombra della strada vicina, in cui radi i lampioni e quasi deserta. Andò, senza proposito determinato, senza quasi accorgersene, lungo le mura del palazzo, poi lungo quello che cingeva l’annesso giardino. Colà era silenzio e tenebre: sola luce quella delle scarse e poche fiammelle di gaz nei lampioni municipali e quella delle stelle nel cielo, solo rumore lo stormire del venticello primaverile in mezzo alle prime fogliuzze e ai fiori degli alberi del giardino. Nell’oscurità della notte, al di sopra delle piante, vedeva per l’aria un rossigno chiarore: era il riflettersi della luce del gran salone. Camminava senza volontà determinata, senza meta, lungo quel muro, e cercava e aspettava, e non sapeva neppur egli che cosa aspettasse e cercasse. Il caso sembrò venire in aiuto alla sua incertezza; trovò a un punto nel muro di cinta una porticina coll’uscio aperto, forse per oblio del giardiniere, non esitò neppur un momentino, entrò, e a passi sospesi e guardinghi si avviò verso il palazzo, da cui veniva, a guidarlo, quel bagliore di luce.

Giunse così, inavvertito, fin dinanzi al lungo balcone della gran sala, e là, dietro una macchia piuttosto folta di piante sempre verdi, s’appostò, s’appiattò, gli sguardi sempre fissi a quelle ampie aperture, traverso cui vedeva lo splendore de’ candelabri, la seta degli arazzi, le frange e i ricami delle tende, le ombre dei raccolti andare e venire. Trasalì più volte, scorgendo passare una figura alta e sottile di donna, vedendo disegnarsi sul fondo chiaro e sparire le linee flessuose d’un bel corpo femminile, udendo il fruscio d’una veste di seta. Finalmente due figure si staccarono in nero dall’ambiente infuocato del salone e s’avanzarono nella penombra del poggiolo sulla cui ringhiera vennero ad appoggiarsi. Alfredo sentì un freddo di terzana corrergli per le vene, e poi subito una vampa di fuoco salirgli alla testa. Erano essi, gli sposi: era lei, colla sua grazia, colla malìa del suo portamento, collo splendore divino de’ suoi occhi cilestri. Come gli parve ancor più bella, ancora più nobile, ancora più sublime, di quanto l’avesse vista mai, egli che pure aveva sempre visto in quella leggiadria di fanciulla tutto quanto vi poteva essere di più bello, di più nobile, di più sublime al mondo! Vedendole al fianco lo sposo, a cui essa sorrideva, che raggiava da tutto l’aspetto la gioia superba, ineffabile d’un supremo trionfo, sì, l’invidia lo morse, ma più ancora il dolore. Eccogli dinanzi la meta più alta e più cara a cui egli aveva agognato: grandezza, elevatezza, felicità umana erano per lui tutte incarnate in quella dominatrice, virtuosa, intelligente bellezza di vergine. Era stata una temerità in lui lo aspirarvi; lui nato nel fango, così lontano da quella stella del cielo. Un altro la otteneva, un altro la doveva possedere, ed egli sparire dalla sfera in cui ella splendeva; sparire nell’oscurità, nella bassezza del volgo, onde non avrebbe dovuto uscir mai.

La guardava e soffriva; la guardava, guardava, e lagrime silenziose gli colavano giù per le guancie. Era certo l’ultima volta che la vedeva. Addio, con quella bella persona, addio sogni di grandezza e di onore, addio febbri di entusiasmo, addio per sempre o amore! E tuttavia nella dolorosa stretta di quei momenti, pur sotto il morso della gelosia, dell’invidia, dell’acre passione, egli sentiva che nel suo petto c’era valore, nel suo cervello pensieri, nel cuore ispirazioni, e ispirazioni non indegne di lei. Era nato di plebe, era sangue d’un abbietto, eppure osava dire a sè stesso l’anima sua non impari a qualunque di più titolato. Ma che giovava ciò? Albina Sangré di Valneve mai non avrebbe amato il figliuolo dell’usuraio!

Gli sposi, chinati sempre più l’uno verso l’altro, le braccia intrecciate, i capelli biondi che si toccavano, che si frammischiavano, che si accarezzavano quasi, gli occhi negli occhi, si sussurravano parolette, si sorridevano seriamente. Qualcheduno degli invitati era andato al pianoforte e suonava con maestria e sentimento la romanza del tenore nella Contessa d’Amalfi del Petrella; quelle note di melodia amorosa e soave si diffondevano dolcemente per la notte, parevano avvolgere come una carezza le teste dei due sposi, farci intorno un’aureola di tenerezza e di voluttà e andare a morire, come un sospiro amoroso nei recessi del giardino. Alfredo sentiva ancora egli invadersi da un languore, da una specie di dolcezza che pur gli era un tormento. Il corpo debole per le veglie, pel digiuno, lo spirito affranto dalle torture e dagli spasimi sofferti lo facevano acconcio alle allucinazioni: sotto l’impressione di quella musica ebbe come un vaneggiamento, come un sogno da sveglio. Era lui lo sposo, era lui che doveva essere là su quel balcone al fianco di quella bella visione d’angelo, era lui che quella fanciulla splendente di perle credeva d’aver vicino ed a cui voleva sorridere. Una malìa lo teneva lì inchiodato e aveva dato ad un altro il posto che a lui spettava; ma a momenti quell’incanto sarebbe stato rotto, al seno di lui fremente si sarebbe slanciata la amorosa fanciulla, intorno al suo capo avrebbe spirato quell’alito d’amore. La musica si faceva sempre più dolce, sempre più appassionata; egli tese le braccia verso quell’apparizione, volle mandare un grido di richiamo, di protesta, d’amore, dirle: «son qui io; sono io il tuo sposo;» ma per fortuna le fauci contratte non lasciarono uscire la voce.

Anche i due amanti, anche i due felici fidanzati, vinceva il languore della tenerezza tramandato da quella soavità di suoni; le ciocche dei capelli della fronte si confusero vieppiù insieme, un più vivo balenìo corse nelle pupille e due labbra tremanti si posarono sopra una guancia morbida come il velluto.

Allora un rantolo potè uscire dalla gola di Alfredo e i cespugli s’agitarono sotto la stretta delle sue mani contratte. I due giovani sul balcone si riscossero al rumore, interrogarono collo sguardo l’oscurità del giardino, nulla videro nè avvertirono, ma tuttavia entrarono solleciti nel salone.

Quando Alfredo si ridusse a casa, era già verso il mattino: dove avesse girato fino a quell’ora, dopo uscito di furia dal giardino Sangré, egli non lo avrebbe saputo dire a niun modo. Aveva la sembianza d’uno spettro più che d’un uomo. Suo padre, che lo aveva aspettato con un’ansia che è più facile immaginare che descrivere, ne fu spaventato. Ma egli non tollerò domande, nè preghiere, nè consigli, nè le più semplici osservazioni. Disse a Matteo che avrebbegli parlato fra poco per definire i loro reciproci rapporti, e si chiuse in camera, dove stette parecchie ore. Finalmente chiamò a sè il padre e per prima cosa gli domandò:

— Voi avete continuato ad avere relazioni o almeno corrispondenza con vostro nipote e mio cugino Pietro?

— Pietro?.... Che Pietro? — interrogò di rimando l’Arpione, che non s’aspettava simile richiesta.

— Pietro Carra, — rispose freddamente Alfredo, — il figliuolo della sorella di mia madre, quello che compì il delitto che avevo pensato io pure...