»Ho pensato maturamente: una veglia angosciosa ha portato consiglio alla mia ragione fieramente turbata. E che avesse da turbarsi la più solida ragione per l’accavallarsi di sventure e dolori che mi precipitarono addosso ad un tratto, Vossignoria lo vorrà, spero, riconoscere. Il mio sdegno, anche contro il destino che mi percosse innocente, anche contro di Lei, che dopo flagellata colle parole l’anima mia, macchiò la sua arma d’un sangue che per me, ad ogni modo, dev’essere sacro e prezioso; il mio sdegno è passato; non rimane che l’amarezza... e l’onta.

»Confesso che Ella ebbe impulso quasi irresistibile alla violenza coll’armi, dalla violenza cieca del mio atto da dissennato; riconosco che fu involontario il suo ferire un vecchio inerme; e riconosco pure che fu atto di generosità in Lei il dimenticare a un tratto chi sono e qual sono per innalzarmi fino a suo uguale un momento e giuocar meco la partita della morte; riconosca e confessi Lei pure che le sue oltraggiose parole non potevano a meno di far ribollire il sangue d’un figlio.

»Ora, la ringrazio di codesto suo atto di generosità, ma, come ho già dichiarato a quei signori ufficiali, che dietro sua intromissione vennero gentilmente da me per assumere l’ufficio di padrini, non intendo approfittarne.

»Che si sparga il mio od il sangue di Lei, a che cosa ciò rimedierebbe? Non aggiungeremmo che una sventura di più e un rimorso per uno di noi. Ho finito per accorgermi che v’è un altro e miglior divisamento da scegliere per me. Parto... sparisco dalla sua città, signor conte, dal suo mondo, e così lo possa io pure dalla sua memoria, per sempre. Dove io vada, che cosa sarà di me, a Lei non importa saperlo e non lo so nemmeno io stesso.

»Una cosa ancora ci tengo soltanto ad affermarle, ed affermarle con giuramento solenne, come farebbe un moribondo all’agonia, quando si sente già premere sull’anima il peso enorme dell’infinito e non si può e non si sa mentire.

»Di tutto il male che si fece per me, in mio vantaggio, io non ne ho saputo nulla mai. Della ridicola, assurda, ingannevole commedia che mi si fece rappresentare, io non ebbi pur mai il menomo sospetto; recitai in buona fede la parte e mi pensai sempre nel vero. Ahimè, codesto male, per quanto io lo deplori, non posso ripararlo; ma posso e debbo espiare falli non miei, ma per me compiti. Al vecchio che riman solo, il non rivedere mai più il figliuolo per cui ha errato così sventuratamente, sarà espiazione eziandio. Parto, non mi maledicano, mi dimentichino.

»Alfredo.»

Il conte Sangré lesse questa lettera non senza qualche commozione. All’innocenza del giovane egli credeva già, ora ne fu certo. Lesse in famiglia quell’ultimo addio dell’infelice e fu in tutti per esso un pietoso compianto.

Da quel giorno diffatti quegli che tutti avevano conosciuto pel conte Alfredo di Camporolle sparì da Torino e non fu più visto da nessuno. Si seppe ch’egli era partito per Lugo. Un gran discorrere si fece per alcuni giorni di lui, delle sue avventure, della sua partenza, per tutti i salotti anche della società più elegante, per tutti i caffè di Torino, nei clubs e in ogni adunanza di sfaccendati. Si cercava, per ispirito di curiosità punto benevola, dell’Arpione: e l’odio che questi aveva ammucchiato su di sè scoppiava violento nei commenti maligni e nell’oltraggiosa esultanza della gente che diceva scoperta finalmente e svergognata l’impostura. Si parlò perfino di processo; ma il fisco non credette averci gli elementi, e il conte Ernesto Sangrè si adoperò molto perchè non si facesse, in considerazione non del vecchio usuraio, ma del figliuolo innocente. Del resto il misero Matteo non aveva bisogno dell’azione della giustizia umana per essere severamente punito; il destino, la Provvidenza l’aveva percosso col maggior rigore possibile.

Chi vedeva allora il padre d’Alfredo non poteva a meno di sentirne compassione. La sua aria di apatica durezza, quell’indifferenza incommovibile, di cui egli si era fatta un’arma e una maschera, quella ch’egli era riuscito a imporsi e che poteva proprio dirsi faccia di bronzo, non esisteva più affatto, come caduta a pezzi, per lasciare scorgere di dietro la vera faccia, quella d’un uomo colpito da un inconsolabile dolore, improntata dai segni più profondi dello spasimo e della disperazione. Se prima egli aveva tale aspetto che qualunque sarebbe stato imbarazzato a dirne l’età, ora appariva decrepito: il corpo gli si era incurvato, gli occhi vieppiù infossati e circondati di quel rosso che lasciano le lagrime dopo che sono state tutte spremute, le labbra divenute floscie, pendenti, livide; dalle gnancie avvizzite erano saltati fuori vieppiù gli sporgenti zigomi; avresti detto che toccava i cent’anni.