Quanto aveva pianto! Egli che da tanti, tanti anni non aveva più versato una lagrima, da quando aveva visto calar nella fossa la salma dell’unica donna che avesse amata. Chi l’avesse visto quella sera in cui Alfredo era partito! Per decidersi a lasciarlo, per acconsentire a quanto il figliuolo aveva determinato, egli aveva dovuto rinnegare tutto il suo passato, veder distrutta interamente la sua opera, fatti inutili tutti i suoi travagli, tutti i sacrifizi. Aveva supplicato Alfredo di lasciarsi seguitare da lui, come da un cane fedele; ma il giovane non aveva ceduto per nessuna preghiera. Non aveva manco voluto che lo accompagnasse alla stazione della via ferrata donde egli partì per un treno notturno, miseramente vestito, celandosi il viso, con un biglietto di terza classe. Nell’addio, il vecchio, a manifestare la sua disperazione, non potè nemmeno trovare parola; balbettò, finì per gettarsi in ginocchio ai piedi del figlio, e scoppiò in pianto, gridando in mezzo ai singhiozzi con voce strozzata:

— Perdono!... Perdono!

Alfredo stette un istante come incerto di quel che dovesse fare, come assorto in chi sa quali lontani pensamenti, poi si riscosse, abbassò una mano sulle chiome scarmigliate di quel capo brizzolato, oppresso dalla vergogna, dal pentimento, dal disprezzo del mondo, che era il capo di suo padre, e disse grave e quasi solenne:

— Vi perdono, e prego da Dio che il dolore che io sono costretto a darvi, sia per voi sufficiente espiazione ad ogni cosa.

Le ciarle della cittadinanza torinese avevano già cessato di occuparsi di Alfredo, tanto più che le gravi novelle politiche onde si preludiava alla guerra che doveva scoppiare in sul finire di aprile, tutta chiamavano a sè la pubblica attenzione, quando giunse notizia che per un poco rimise di nuovo quell’argomento nei discorsi della gente. La notizia era venuta con una lettera di Ernesto Sangré alla famiglia. Al maggiore delle Guardie, Alfredo aveva scritto così:

«Cedo a una tentazione d’amor proprio a cui dovrei resistere; ma non ho saputo ancora cotanto straniarmi dalle vanità mondane, per non tenerci a farmi un po’ meno ostilmente apprezzare da quell’uomo che ho stimato e che continuo a stimare più di tutti. Faccio dunque un’eccezione alla regola che mi son fatta di non fare più sapere nulla di me, per apprenderle che d’ogni possedimento, d’ogni ricchezza di cui ho goduto finora, mi sono spogliato, istituendo col ricavo della vendita opere di beneficenza in quei paesi dove esistono quei tenimenti e quelle ricchezze. Ora sono povero affatto, e sono assai più libero e leggero per ricominciare il corso della mia esistenza, in mezzo alla plebe, di cui sono e a cui appartengo.»

Ernesto scrisse alla madre e al fratello che in Torino, dove tanto s’era pure inveito contra il misero tacciato d’avventuriero, facessero conoscere quest’atto, che egli non esitava a proclamare de’ più nobili.

Si seppe poi diffatti per altre parti che dal Corina (egli legalmente non aveva altro nome da portare) erano stati fondati un ospedale, un asilo infantile e una cassa di pensioni pei vecchi operai, impiegando in ciò tutto il vistoso suo patrimonio. Nella società che Alfredo aveva frequentata, alcuni lo lodarono, parecchi dissero con indifferenza che non aveva fatto più del suo dovere, non pochi eziandio lo derisero e giudicarono la sua una sciocchezza: tutti poi, dopo un poco, l’obliarono.

Non era scorsa una settimana, quando Matteo Arpione, a cui il figliuolo non aveva mai scritto, ricevette una lettera da Cuneo, in cui lesse tremante per emozione, avendone subito riconosciuta la calligrafia:

«Se volete vedermi, trovatevi martedì sera sul viale di Piazza d’Armi verso la Crocetta, alle ore otto; avrò dieci minuti da darvi. — Alfredo.»