Matteo sussultò di gioia, e nella grandissima sorpresa che questo biglietto gli produsse, fecero capolino alcune speranze lusinghiere al suo cuore di padre. Alfredo gli aveva detto che presso di lui non sarebbe tornato mai e che quindi in terra non si sarebbero più visti, che sarebbe partito per l’America a raggiungere il cugino Pietro, al quale anzi aveva scritto subito per rivelare il suo essere, notificare la sua determinazione e domandare informazioni e consigli; e ora scriveva da Cuneo, annunziava il suo ritorno a Torino, senza dire alcuna ragione, senza accennare per quanto tempo, e gli scriveva, a lui, suo padre, per dargli un convegno. Avesse cambiato avviso! Si fosse pentito della sua crudeltà verso il vecchio, avesse compreso che lo aveva condannato a una pena soverchia e venisse per dirgli che lo prendeva seco! E se anco non fosse così, rinasceva nell’animo del povero padre la speranza di ottenere ancora questa sorte benedetta, scongiurandolo di nuovo, movendone la compassione.
A ogni modo, la sera indicata, col cuore che gli batteva, il vecchio era fin dalle sette ore sul viale designato, guardando con tanto d’occhi, fin dal più lontano che gli apparivano tutte le figure di giovani, per poter scorgere più presto le dilette, desiate sembianze del figliuolo.
Erano incominciati i movimenti di truppa, perchè il Piemonte prendeva le necessarie disposizioni difensive contro l’Austria le cui armi rumoreggiavano minacciose al confine. Quel pomeriggio un corpo di volontari passava da Torino per andare ad accantonarsi a Brandizzo; e tutta la popolazione era alla stazione di Porta Nuova, dove giungevano col treno della ferrata, per salutarli, acclamarli e accompagnarli fino fuori Porta Milano, chè dovevano poi recarsi a piedi al luogo loro prescritto. Appena fuori della stazione, mentre i giovani volontari applauditi, circondati, abbracciati, oppressi dai cittadini, stentavano a mettersi in ordine e formare le file, si sarebbe potuto osservare uno di quei militi sgusciar lesto dalle righe, dire alcune parole al capitano, il quale si affannava a raccogliere la compagnia, e avutone in risposta un gesto d’assenso, correre presso i carri dei bagagli, deporvi lesto lo zaino e il fucile, raccomandandoli ad uno dei compagni fra quelli che erano di scorta, e poi torsi sollecito di mezzo ai soldati e alla folla, e sparire.
Tutta la calca aveva accompagnato i volontari all’altra parte della città, precisamente a quella opposta a piazza d’armi, così che quando Matteo venne al luogo del convegno, quel viale in tal epoca dell’anno già sempre scarso di passeggieri quando il giorno è caduto, quella sera era quasi affatto deserto.
Le tenebre scendevano, e Matteo impaziente, ansioso, tormentato, non vedeva giungere colui che attendeva con tanto ardore di desiderio. Che non venisse? Certo bisognava che per ciò gli fosse capitata disgrazia, giacchè non avrebbe avuta la barbarie di scrivergli così, di fargli nascere quella speranza per poi dargli il doloroso colpo della delusione. E se una sventura lo avesse colpito, come fare a chiarirsene? Pensava correre a Cuneo donde il bollo postale gli aveva appreso che la lettera era partita, e là mettere sossopra la città finchè avesse trovato il figliuolo, quando ad un tratto vide, saltato il fosso di fianco del viale, piantarglisi innanzi un volontario dei garibaldini e dirgli con voce ben nota, perchè gli era impressa nel cuore.
— Non mi riconoscete più?.... Sono io.
Matteo stette lì, stordito.
— Voi!... Tu! — esclamò, non trovando parole. — In quell’abito!... Che vuol dire?
E il giovane pacato, serio, ma dolcemente melanconico:
— Vuol dire che sul punto d’imbarcarmi per l’America mi venne un pensiero più giusto, più degno. L’Italia ha bisogno di soldati, sono venuto a dargliene uno.