Alfredo l’interruppe con vivacità che sembrava quasi impazienza:

— Vedete bene che vi diedi la posta; sono venuto, vi ho visto, e ora addio.

— Così poco mi dài di te?

— Mi preme il tempo, bisogna ch’io parta.

— Non vuoi porgermi nemmeno una mano?

Il giovane esitò un momentino e poi tese, quasi con istento, la mano.

L’Arpione l’afferrò, la strinse, la tenne fra le sue, fissando nel volto del figliuolo i suoi occhi lucenti di lagrime. La sera erasi fatta sempre più scura; il luogo era ancora più deserto.

— Io non ti vedrò dunque più: — disse l’antico usuraio con voce piena d’angoscia: — tu vuoi che sia così, e sento nel mio cuore che così sarà. Ancorchè pietà verso di me ti parlasse pure altra volta, ancorchè il Signore e la Santa Madonna, che io pregherò sempre tanto tanto, mi esaudiscano e ti salvino nella guerra, io non sarò più tra i vivi per poterti vedere al tuo ritorno. La mia vita è compita, la susta che mi teneva su si è rotta in me; come la mia opera si è infranta, così ogni forza in me è finita. In questi giorni sopravvivo a me stesso, sono un cadavere ambulante, non so io stesso come faccia a tenermi in piedi. Al primo urto cadrò....

— Padre mio! — esclamò Alfredo con voce velata.

— Ah non dico questo per intenerirti: — riprese vivamente il vecchio, — nè voglio farne lamento. Non ho che quanto mi merito. Tu m’hai condannato, dunque è giusto.... Ma voglio dire che tu in questo punto puoi.... devi far conto come di parlare a un moribondo, di ricevere le ultime parole, le ultime preghiere d’uno che sta per morire. Ripetimi ancora una volta il tuo perdono, te ne prego.