— Sì, vi ho perdonato, e questo perdono, che è un dovere in me il darvi, ve lo ripeto ora per più intimo impulso dell’anima. Il mondo, che ho studiato con più fredda ragione, mi ha mostrate molte pur troppo le scelleratezze che sono tollerate e anzi fortunate, senza avere la ragione degna di qualche scusa che aveste voi. Sono frutto della debolezza ahimè soverchia della nostra natura, della corruzione della nostra civiltà, dello stato deplorevole dei nostri costumi. Ho capito che in tutti, anche nei più savi ed onesti, è quasi un debito l’indulgenza e la pietà.

— Oh grazie! Oh grazie!

Sollevò in fretta la mano del figliuolo, che stringeva sempre, fino alle sue labbra, e vi stampò un bacio in cui mise la manifestazione di tutto quell’immenso affetto che da tanto tempo reprimeva nel seno.

— Che cosa fate? — esclamò Alfredo levando via la mano.

— Non ti pare che io ne sia degno? — disse mortificato Matteo.

— Voi siete pure per me il rappresentante di quello che c’è di più augusto al mondo: la paternità. Sono io che devo inchinarmi innanzi alla vostra vecchiaia.

Si tolse di capo il berretto militare e curvò la sua bella testa in atto dignitosamente umile e graziosamente modesto.

— Io vi fui a ogni modo e vi sono causa di gran dolore, padre mio; vi ho dovuto amareggiare, e invece del conforto che un genitore ha diritto di sperare in suo figlio, non vi sono oramai che una pena. Anch’io ho bisogno di sapere che voi siete persuaso della dura necessità delle mie condizioni e non mi fate una colpa della mia condotta.

— Una colpa in te? — interruppe il vecchio: — oh mai! mai! Tu sei nobile davvero, tu sei virtuoso, tu sei grande; ho capito la generosità dell’anima umana ora che ho potuto conoscere a fondo l’anima tua.

L’emozione gli ruppe le parole: stette un momento, muto, in faccia al figliuolo dal capo chino, sulle fattezze del quale pareva raccogliersi la poca luce ancora diffusa, per dar loro non so quale irraggiamento d’idealità.