Era bello davvero nella magrezza, nel pallore, nella mestizia pensosa e coraggiosa che in quei giorni passati erano succeduti alla primitiva floridezza della sua gioventù; eravi davvero qualche cosa di eletto, di superiore in quel figlio del popolo, che, giunto al possesso d’ogni dono di fortuna, a tutto aveva rinunziato per serbarsi incontaminata la coscienza, per non macchiarsi col godimento dei frutti della colpa. Quella era pure una vera nobiltà, quella una grandezza! Il vecchio padre la sentì; per un momento, in lui, più del dolore potè la superbia di avere tal figlio.

Alfredo chinò ancora più la testa.

— Ebbene, padre mio, — disse con accento di commozione solenne, in questo momento di separazione eterna per noi sulla terra, beneditemi voi, beneditemi in nome vostro, beneditemi in nome di mia madre.

Matteo Arpione con moto brusco, quasi violento, strinse il capo del giovane colle sue mani ossute, tremanti, con quelle mani che avevano così avidamente maneggiato l’oro, e che ora avrebbero lasciato tutti i tesori del mondo per quella testa diletta: strinse il capo del figlio e lo trasse a sè e vi stampò sulla fronte un bacio lungo, tenace, appassionato, poi lo serrò al petto, ergendo li volto al cielo, drizzando l’accasciata persona, assumendo, egli, quel disprezzato, quel reietto, quel vile, una nuova parvenza di dignità, di elevato sentimento, sto per dire di autorevolezza.

— Sì, ti benedico, figlio mio, e prego, per tutto quello che ha dovuto penare e sopportare tuo padre, prego che la vita avvenire sia per te più lieta e più degna che ora non si possa pensare. Ti benedico a nome di quell’angelo che fu tua madre, a cui tu rassomigli cotanto, e le cui preghiere in cielo varranno certo assai più di quelle d’un miserabile come sono io. Ti benedico, nobile sangue uscito dal mio sangue impuro, anima eletta incarnata nella stirpe d’un abbietto....

— Tacete, tacete! — proruppe Alfredo. — Non vi posso sentire a parlare così, non ve lo permette l’anima di mia madre che vi ha amato, che forse ora aleggia qui intorno a noi, la cui voce mi par sentire nell’anima consigliarmi, ispirarmi per voi pietà e rispetto. Voi mi avete benedetto in nome di mia madre; in nome di lei, io vi assolvo... vi abbraccio.

Gettò le braccia al collo del vecchio e lo strinse al suo petto. Matteo mandò un grido soffocato di gioia ineffabile.

— Ah Giuseppina! — susurrò. — Ecco una tua grazia! Ora posso morire senza rimpianto.

E stette un poco, quasi senza forza, abbandonato sul petto del figlio.

Mezz’ora dopo Alfredo partiva, a piedi, alla volta del villaggio di Sangré.