XXXVIII.

Alfredo voleva morire, era certo di morire nella guerra; un insuperabile desiderio lo aveva assalito di vedere ancora una volta l’angelico volto di Albina. Gli era stato facile apprendere che i due novelli sposi erano andati a godere le prime ineffabili gioie della loro felicità nel castello di Sangré, e là aveva determinato di recarsi, anche malgrado il rischio d’esserne veduto, di ricevere quindi, anche da lei, la sferzata d’uno sguardo di disprezzo. Avrebbe fatto di tutto per nascondersi, e se poi la fortuna lo avesse tradito, pazienza, egli avrebbe pur tollerato, dopo tante altre, anche la pena di quell’onta.

Giunse al villaggio quando appena albeggiava; tutto era ancora addormentato nelle case e nelle capanne che si aggruppavano intorno alla collina, in cima della quale sorgeva nero, alto, superbo, turrito il castello. Non visto da nessuno, il giovane volontario salì fino alla dimora dei conti di Valneve. Una piccola spianata si estendeva innanzi al portone, e intorno ad essa delle macchie di nocciuole e di robinie a farci ombra e ornamento. Giusto nel punto che Alfredo vi giungeva, il portone si spalancava e si precipitavano fuori abbaiando furiosamente due cani di Terranuova. Il giovane si gettava ratto tra le macchie e inoltrandosi frettoloso nel boschetto che vestiva la china del colle, si sottraeva alla vista del portiere e anche al fiuto dei cani. Camminato un poco senza saper bene verso dove, udì a poca distanza una fresca voce infantile che cantava allegramente, e si diresse a quella parte; riuscì presto ad un sentieruolo, serpeggiante traverso la costa in mezzo al bosco, per cui scendeva una villanella di forse dodici anni che si spingeva innanzi due vacche per menarle al pascolo.

La vista di quello straniero dalla camicia rossa e dal berretto rosso, con un’arma al fianco, di subito spaventò la fanciulla; ma poi la bellezza d’aspetto del giovane, le buone di lui parole, la curiosità aiutando massimamente, ben presto vinsero ogni paura e addomesticarono di subito la contadinella, a cui parve gran cosa discorrere alla buona così con uno dei soldati del gran Garibaldi. Ne seguì che in breve Alfredo potè sapere che quella giovanetta era figliuola del mezzadro d’una delle tante fattorie che circondavano il castello, ed appartenevano alla famiglia Sangré; che la poteva vantarsi di essere nelle buone grazie della contessina sposa, venuta da pochi giorni, perchè non la incontrava mai senza dirle parole che la facevano tremar di piacere e farle qualche carezza e darle qualche regaluccio; che del resto la signora era un angelo benedetto da Dio, che venendo a villeggiare in castello tutti gli anni fin da bambina, aveva sempre mostrato di voler bene a tutti, e s’era sempre fatta adorare da tutti quanti, tanta era la sua dolcezza e urbanità di modi, tanta la carità verso ogni miseria, verso ogni disgrazia, verso ogni dolore; che i due sposi vivevano proprio come due colombi, sempre insieme, sempre collo sguardo nello sguardo, sempre sorridendosi; che anche il cavalier Giulio era il migliore degli uomini, come il più amoroso degli sposi, generoso, caritatevole, gentile anche lui, che non pareva mai più fossero quei nobiloni che erano; finalmente che la mattina, appena alzata, la sposa era solita di fare una passeggiatina, quasi una corsa pel parco, quasi sempre sola, ed era l’unico momento quello in cui non fosse con lei il marito che in quel tempo sbrigava i pochi affari che aveva, scriveva lettere, leggeva i giornali, per essere poi tutto il resto del giorno tutto tutto alla sposa e della sposa.

Alfredo, ricompensando largamente queste informazioni, ne ottenne ancora un’altra, che in quell’occasione gli era preziosissima: che cioè il parco in cui la contessina faceva la sua passeggiata mattiniera non era cinto che da una siepe in più luoghi interrotta e facilmente varcabile.

Si congedò con molti ringraziamenti dalla giovanetta, e prese la direzione opposta a quella del castello; ma quando fu fuori dalla vista della contadinella, volse rattamente indietro e, guidandosi all’aspetto delle torri che di quando in quando gli apparivano, traverso la boscaglia risalì verso il culmine della collina. A un punto la boscaglia finiva e dopo un piccol tratto una siepe di biancospino gl’indicava il limite del parco, di cui vedevansi i boschetti regolari e le praterie stendersi lungo la china. Gli fu facile attraversare la siepe e col cuore che gli batteva — come quella sera in cui erasi introdotto nel giardino del palazzo in Torino — si venne accostando al castello.

A un tratto ebbe un sussulto e si fermò come spaurito. Aveva udito una risata fresca, argentina, armoniosa, risuonare lì presso. Si nascose in fretta. Una visione terribile e soave gli passò dinanzi.

Vestita d’un abito di lana finissima bianca, foderato di seta color rosa, un po’ aperto in alto del busto, così che da una nube di trine si vedeva sorgere dalla base il collo esile, candido, graziosissimo, le ricchissime chiome bionde cascanti con un abbandono che riusciva bellissimo in ricciolini e ciocche sulla piccola fronte, sulla nuca, sulle spalle, come una pioggia di pallido oro in cui si rifletteva carezzevole il raggio del sole mattutino, uscenti dalle larghe maniche di mezzo a un ammasso di pizzi ancor esse le braccia eleganti, tornite, le labbra del color della ciliegia ridenti, gli occhi cilestrini più ridenti ancora, Albina sopraggiunse correndo leggera e leggiadra. Aveva le mani sopraccariche di fiori e nella corsa ne veniva perdendo via via quasi a ogni passo. Tutto rideva in lei: la splendida gioventù, la impareggiabile bellezza, la felicità senza ombre, il santissimo, corrisposto amore; e tutto le sorrideva intorno «l’ora del tempo e la dolce stagione» il primo raggio di sole, la prima verzura e i primi fiori della vegetazione, l’azzurro del cielo, il canto degli uccelli, il sussurrar dell’auretta. Pareva che un’allegria, un concento, una luce di festa accompagnassero dappertutto quella personcina elegante e le facessero intorno un’aureola, un ambiente di eden, riflettendo anche sulle cose inanimate lo splendore di tanta bellezza, lo sbarbaglio di tanta felicità.

La giovane donna corse ancora un poco, notando, per così dire, la cadenza d’ogni passo con una cara risatina, e poi si fermò addossandosi a un albero, il respiro leggermente affannoso, un seducente color roseo sparso sulla fronte, sulle guancie, su quel poco del petto che si vedeva, per così dire, tralucere in mezzo ai pizzi nell’accollacciatura della veste. L’animazione allegra della fisonomia e dello sguardo, il sorrisetto gaiamente malizioso delle labbruzze incarnatine, traverso cui si vedeva lucido il candore dei dentini, davano al volto di Albina un’espressione che Alfredo non le aveva mai visto; un’espressione così affascinante, che il giovane chiuse un momento gli occhi, come per sottrarsene alla vista, sentendosene in petto ferire come da un dolore. Non aveva mai avuto innanzi fino allora che la fanciulla dignitosa, severa, nobile, alteramente gentile; ora gli si rivelava a un tratto la donna innamorata, abbandonantesi al suo amore senza rimpianti, senza rimorsi, senza suggezioni, e felice; e questa vista gli faceva pensare, indovinare un tal paradiso, che l’anima sua non reggeva all’idea di averlo perduto, per non potere sperare mai, mai, di conseguirlo.

Per eccezione, quella mattina, anche lo sposo partecipava alla passeggiata della giovane castellana. Sopraggiunse correndo anch’egli, ma arrestandosi man mano per raccogliere in terra i fiori che Albina aveva lasciato cadere.