L’Arpione si avvicinò vieppiù alla giovane e prese un tono di domestichezza che non aveva avuto fino allora e che a lei fece correre pei nervi quasi un ribrezzo.

— Bene a ragione la nostra santa religione ci comanda di essere pietosi verso i trascorsi perfino de’ più grandi peccatori, perchè anche il più saggio, anche il più onesto, sotto l’impulso della necessità, la tentazione del demonio, può fallire.... infelicemente fallire....

Albina lo guardava sempre con quei suoi begli occhi spaventati: cominciava a capire che quell’uomo intendeva accusare di qualche fallo alcuno della famiglia di lei. Chi? Ernesto probabilmente, il primogenito, che aveva da giovane dato motivi di sdegno e dispiacere ai genitori. Non aveva detto appunto colui di aver taciuto per tanti anni? Era dunque una colpa antica del fratello che ora e’ voleva risuscitare? E veniva da lei per risparmiarne il dolore alla madre. Sì, in ciò egli aveva ragione: ella avrebbe fatto di tutto perchè la madre ignorasse. Ma in qual modo avrebbe potuto adoperarsi a tal uopo? e qual’era quella colpa? E davvero tale, come accennava quell’uomo, che l’onore della famiglia ne fosse offeso? No, ciò le pareva impossibile. Ernesto non aveva mai potuto mancare ai doveri nè del gentiluomo, nè del galantuomo. Tutto questo, le turbinava nella mente; avrebbe voluto subito penetrare il vero e ci aveva ribrezzo, avrebbe voluto interrogare e non trovava parola: congiunse le sue manine bianche e sottili e se le torse nervosamente, soggiungendo secco e vibrato:

— Ma parlate, parlate...

Matteo abbassò ancora la voce:

— Il conte-presidente fu pure il re de’ galantuomini, ma tuttavia...

Si fermò, come se non osasse continuare.

— Il conte-presidente? Mio padre? — ripetè la giovane che sentiva la mente confondersi vieppiù. — Ebbene?

— Ebbe il suo momento di debolezza...

Un grido, un fiero grido uscì dalle labbra frementi di Albina.